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Barletta torna ad ospitare una grande mostra sull’Ottocento.
In concomitanza con l’inaugurazione della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, nella sede di Palazzo della Marra di Barletta, si apre la mostra ”Zandomeneghi De Nittis Renoir. I pittori della felicità” a partire dal 31 marzo fino al 15 luglio 2007.
La splendida struttura barocca del Palazzo della Marra, restaurata e riallestita per ospitare stabilmente la collezione De Nittis di Barletta, diventa un contenitore d’arte di livello internazionale, dove all’esposizione museale permanente si abbina una sede espositiva per eventi temporanei ed un luogo di riferimento per gli studi e la ricerca sull’arte dell’ Ottocento.Il contesto ha un fascino innegabile e l’affaccio sul mare, il caffè letterario, il bookshop, elevano la Pinacoteca Giuseppe De Nittis di Barletta ai più alti livelli europei di fruibilità dell’arte.
La mostra, a cura di Tulliola Sparagni ed Emanuela Angiuli, si compone di circa ottanta opere tra dipinti, disegni, pastelli e grafiche di Zandomeneghi, De Nittis e Renoir.
I tre artisti, protagonisti della scena artistica parigina, ognuno con una propria cifra stilistica e in particolari periodi di attività, rivelano, nei rapporti che la mostra mette in risalto, legami di amicizia, di sensibilità impressionistiche, di vicinanze, di contraddizioni, che segnano l’originalità stessa dell’esposizione e degli studi che ne scaturiscono.
Mentre De Nittis infatti percorre, negli anni ’70 e nei primi anni ’80 dell’Ottocento, una strada già intrapresa con forte originalità, fuori dagli schemi classificatori del tempo, Zandomeneneghi e Renoir vivono un rapporto che diventa sempre più confinante sia in termini stilistici che nei contenuti delle rappresentazioni del mondo borghese cui si ispirano.
Nella mostra di Barletta, si possono ammirare opere eccezionali di Zandomeneghi come Luna di miele (A pesca sulla Senna) (1878 c.) proveniente da Palazzo Pitti, Il Moulin de la Galette dalla Fondazione Enrico Piceni, Al Caffè (1884) dalla collezione Mondadori di Palazzo Te a Mantova; e capolavori di Renoir quali Le Chapeau épinglé (Cappelli estivi) (1894) della Fondazione E.G. Bührle di Zurigo, Paesaggio di Cagnes (1905-8) dalla Fondazione Magnani Rocca, la bellissima Baigneuse (Nudo reclinato) (1902) dalla Galleria Beyeler di Basilea, e molte altre ancora, tra dipinti, pastelli e incisioni, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.
Accanto a queste alcune opere esemplari di Giuseppe De Nittis, dall’omonima pinacoteca, come Paesaggio, Primavera, Veli e sete.Nonostante le recenti mostre di Milano, Roma e Castiglioncello dedicate a Zandomeneghi, che hanno illuminato la fitta trama di rapporti dell’artista con gli amici dell’ambiente toscano macchiaiolo e con gli impressionisti, l’opera dell’artista presenta vaste zone di ombra e resta in fondo ancora una figura in bilico tra i richiami alla cultura e alla tradizione italiana e le novità stilistiche introdotte dall’impressionismo.
Ultimo dei tre italiens de Paris a raggiungere la capitale francese, dove arriva nel giugno del 1874, Federico Zandomeneghi, come Boldini e De Nittis, vi trova gli stimoli creativi per elaborare uno stile personale, in cui si fondono echi italiani e suggestioni francesi.
Zandò è sicuramente l’artista italiano che ha avuto rapporti più profondi, duraturi e collaborativi con il gruppo impressionista, partecipa alle collettive del gruppo e stringe amicizia con Degas, Pissarro e Guillaumin, ma nello stesso tempo, come i suoi connazionali, mira ad imporre un proprio stile personale non completamente adagiato sugli stilemi della scuola impressionista.
Il reale confronto tra Zandomenghi e Renoir non avviene così quando l’artista veneziano aderisce al gruppo dei dessinateurs, capeggiati da Degas in contrapposizione ai coloristes quali Monet, Renoir, Pissarro.
È invece soprattutto dopo il 1894, dopo il contratto stretto con il mercante Durand-Ruel, che l’artista italiano viene a confrontarsi con le opere dei due artisti di punta della galleria, Degas e Renoir, presentandosi persino come un loro surrogato, un sostituto, un equivalente, utilizzato da Durand-Ruel per accontentare il mercato, in particolare americano.
In questo periodo i due pittori hanno atelier vicini, sicché l’incrocio artistico si fa in molti casi serrato. Ad esempio nei languidi nudi o nello sguardo attento e amoroso nei confronti della donna, delle sue movenze e dei suoi momenti di vita intima e quotidiana.
Negli anni tardi della loro produzione (Zandomeneghi muore nel 1917, Renoir nel ’22) entrambi sviluppano un interesse spiccato, inconsueto tra gli impressionisti, per la pittura di fiori e la natura morta, in particolare i pesci.
Allo sfarzo di gemme della pittura sensuale e morbida di Renoir, in particolare durante il periodo nacré , risponde Zandomeneghi con la sua sontuosa tavolozza, ora caratterizzata da toni gravi, ora squillante e festosa negli oli e nei pastelli.
Guardando, ascoltanto e discutendo, mi trasformai e come per tutti gli altri da Pissarro a Degas da Manet a Renoir la mia vita artistica fu una successione di infinite evoluzioni.
Quanto alla tecnica – parola molto vaga – quella da me adottata è mia, tutta mia e non la presi in prestito da nessuno , puntualizza Zandomeneghi, artista ombroso ed orgoglioso, sempre pronto a sottolineare la sua indipendenza di spirito.
Per meglio indagare il rapporto artistico De Nittis - Zandomeneghi - Renoir, il percorso della mostra si snoda in argomenti pittorici che rivelano le ricche suggestioni di una stagione che cambia l’ideologia sottesa alla visione culturale del mondo, della società, del vero.
Si entra così nella prima sezione À la campagne, in cui sfilano i paesaggi della mediterraneità dei tre artisti: Primavera e Campo di bighe di De Nittis assieme alle vedute fitte di vegetazione dai colori sfavillanti di Renoir e soleggiate di Zandò.
Il paesaggio della campagna si anima successivamente di figure giovani, dalle bambine di Renoir che giocano infilando fiori nei cappelli, Le Chapeau épinglé (Cappelli estivi) (1894), alla Femme tenant un bouquet (Donna con bouquet) e ai Idylle (I fidanzati) di Zandomeneghi.
Periferie, parchi, giardini rivelano ormai una Parigi felice, fiorita e floreale, come in una perenne primavera che più che una stagione è un tempo dell’anima, condotto per mano dall’intima felicità del creare nel rappresentare anche le nature morte, come in Piatto con pesce di Zandomeneghi e Pesci (1917) di Renoir.
“Il fiore dell’epidermide, il velluto della carne” è il secondo argomento dedicato al Nudo. Torna qui De Nittis con la perlacea e tenerissima Ondina a fronte delle carni morbide e luminose di Zandomeneghi, più vicino a Degas con Le tub (La tinozza), e con Dopo il bagno a quel Renoir che Joris-Karl Huysmans definisce “il vero pittore delle giovani donne, di cui sa rendere, in quella allegria di sole, il fiore dell’epidermide, il velluto della carne”.
Esemplare la Baigneuse (Nudo reclinato) (1902). Fra tanti trionfi di momenti en plen air di cui si nutrì la pittura dagli impressionisti in poi, regalandoci la vivezza della vita vissuta in un mondo luminescente di figure dai movimenti leggeri, quasi danzanti nell’aria, i nudi di Renoir parlano di bellezze trionfanti nel turgore rosato dei seni, dei fianchi, delle gambe.
Quelli di Zandò stanno nella delicatezza delle nudità svelate nel segreto delle stanze.
E De Nittis, davanti alla modella entrata nello studio, nel 1876 scriveva nel suo Taccuino: “Senza alcuna incertezza prese la posizione eretta, come avrebbe fatto una del mestiere, poi il burnous scivolò; levò lentamente le braccia, con un gesto d’un ritmo perfetto, congiunse le mani sul capo e inarcò i fianchi: i seni si protessero sul petto ampio. Rimasi abbagliato”.
La terza sezione della mostra parla di Parigi, il giorno le notti, con opere dei tre grandi artisti. Si incontrano qui le ore del giorno riprese nei gesti spontanei di Il risveglio, Femme accoudée sur un fauteuil, Bavardage di Zandomeneghi, i denittisiani Bonne, Donna di colore, Busto di donna assieme ad incisioni dello stesso De Nittis e Renoir.
Le serate della metropoli francese trascorrono Al caffè (1884), al Moulin de La Galette, nei riti del tè e negli spettacoli della notte fra le giovanissime ballerine in tutù di Zandomeneghi.
Le donne di Renoir e di Zandomeneghi e De Nittis si mostrano nella loro individualità di modelle e compagne (splendido il ritratto a pastello di Mathilde, una delle modelle preferite di Zandò) e nella loro tipologia umana e sociale (sempre di Zandò, La marchande de fleurs / La fioraia di Montmartre).
Per essi il corpo femminile resta sempre al centro della visione della vita, sinonimo di fascino, di felicità, di suggestive promesse. Colto nella bellezza dell’abbigliamento come nella sua naturalità, nella domesticità o in sofisticate eleganze, esso rappresenta la quintessenza della pittura, paradigma cui i capolavori della mostra resteranno legati fino alle loro ultime opere.
PRENOTAZIONI E INFORMAZIONI:
Infoline 199 151 123* fax 800 559 122
e-mail infoline@sistemamuseo.it* Costo della chiamata da telefono fisso di Telecom Italia, 10 centesimi al minuto IVA inclusa senza scatto alla risposta, tutti i giorni, 24/24 h. Per chiamate originate da rete di altro operatore, i prezzi sono indicati dal servizio clienti dell'operatore utilizzato.
Prevendita e informazioni: www.vivaticket.it e 899 666 805 (servizio a pagamento)
BIGLIETTI
Pinacoteca
Intero € 4,00Ridotto € 2,00Scuole € 1,00
Mostra
Intero € 7,00Ridotto € 5,50Scuole € 2,50
Biglietto unico (pinacoteca+mostra)
Intero € 8,50Ridotto € 7,00Scuole € 3,00
Ed ora tocca a me: Ci sono andato con la peste ;) Mostra non molto grande, però molto molto bella,principalmente vi sono opere di Zandomeneghi e De nittis ma ovviamente stupende quelel di Renoir!!!
Alla prossima... ;)
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Castello Svevo dal 7 dicembre 2006 al 6 maggio 2007
orari: tutti i giorni 9.30 - 19.30
biglietti (mostra + castello): intero euro 9,00; ridotto euro 7,50
Le suggestioni dell'Asia Minore e le sontuosità bizantine. La Turchia musulmana e l'Italia cattolica. La Russia ortodossa e l'Olanda protestante, il fiabesco Levante e la futuristica Manhattan, in un vortice di racconti, immagini e miracoli. Viaggio attraverso infiniti luoghi e migliaia d'anni: quindici secoli, tre continenti, manciate di culture. E arte, sublime e universale, misteriosa e ieratica. Per tratteggiare l'enigmatica figura di San Nicola, popolare nella Chiesa greca ed in quella latina, capace di suscitare devozione e consensi presso popoli lontani e diversi. Vescovo di Myra, in Asia Minore, nella prima metà del IV secolo, la sua attività pastorale si distinse per generosità, equilibrio e determinazione. Poche le notizie sulla sua vita, ben presto avvolta in un'aura di leggenda e arricchita di particolari suggestivi e miracolosi: gli agiografi lo confusero addirittura con un altro santo, Nicola il Sionita - vissuto nel VI secolo, nella stessa zona dell'Asia Minore - e contaminarono le rispettive biografie. Le sue reliquie, trafugate da alcuni mercanti nel 1087, furono trasportate a Bari, di cui divenne patrono e dove gli fu eretta una famosa basilica. Un importante culto, destinato ad una rapida espansione nell'area mediterranea, si sviluppò attorno al suo sepolcro, da cui si sprigionava un prodigioso liquido noto come "santo myron". Una mostra pugliese celebra oggi quest'affascinante personaggio, ripercorrendo le principali tappe della lunga ed avvincente vicenda che, attraverso i secoli, ne ha fatto un santo universale e transconfessionale, venerato in contesti geografico-culturali anche assai diversi tra loro. Promossa dall'Assessorato alle Culture del Comune di Bari, dall'Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia e dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia, l'esposizione è ospitata presso le splendide sale del Castello Svevo di Bari e presenta numerosi capolavori d'importanti artisti - tra gli altri, Beato Angelico, Paolo Veneziano, Lorenzo Monaco, Lorenzo Lotto, Alvise e Bartolomeo Vivarini, Jan Steen, Andy Warhol - che hanno rappresentato storie e miracoli legati alla figura di San Nicola, ponendo l'accento sulla diffusione a vasto raggio della sua immagine e sulle sue differenti interpretazioni. Curato da Michele Bacci in collaborazione con Fabio Marcelli, l'allestimento si segnala anche per la presenza d'otto antichi dipinti su tavola - provenienti dal Monastero di Santa Caterina al Monte Sinai -, vere e proprie rarità che costituiscono le più antiche icone conosciute in onore del Santo, nonché le sue più antiche rappresentazioni pittoriche. Oltre a ciò, è possibile ammirare numerose opere della storia artistica europea e mediterranea, tra cui una serie d'avori ed oggetti in oreficeria bizantini dei secoli X e XI, eccezionali sculture d'età romanica (come il capitello istoriato del Museo Nazionale della Catalogna) e pregevoli manoscritti miniati di origine austriaca e fiamminga.
Domanda del secolo: "Riuscirò ad andarci?" :)
Alla prossima... ;)
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Inaugurata a Bari la mostra «Il sole nelle mani»
In mostra 250 scatti di un viaggio attraverso il territorio barese
20/12/2006 – Si è inaugurata venerdì 15 dicembre a Bari, alla presenza del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri Massimo D’Alema, la mostra “Il Sole nelle Mani” – Bariphotocamera – Uno scatto per l’economia.Promossa ed organizzata dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bari, in partnership e con il patrocinio dell’assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, e con la sponsorizzazione ufficiale di Fidanzia Sistemi, la mostra, ideata da Chicca Maralfa e curata da Cosmo Laera, nasce da una sfida ambiziosa lanciata dal mondo delle imprese a quello della fotografia d’autore: cercare un punto di incontro, visibile, fra economia e cultura.“La mostra Il sole nelle mani – dice Luigi Farace, presidente della Camera di Commercio di Bari - è per noi un riconoscimento a Bari, alla sua provincia, alle imprese ed al territorio. E’ un modo efficace e concreto per dare visibilità a uomini, aziende e luoghi, per premiare la loro tenacia e riconoscerne i talenti, in un rinnovato rapporto fra economica, cultura e creatività” 150 fotografi italiani e stranieri hanno aderito al progetto Bariphotocamera della Camera di Commercio di Bari, proponendo affascinanti percorsi per immagini che narrano imprese, luoghi, zone industriali, centri di eccellenza, porti, strade, aeroporti, nel territorio di Bari e della sua provincia, in un’ottica innovativa e personale.Francesco Cito e Mario Cresci, rispettivamente con i lavori fotografici “Barche, pescatori e pesci” e “Il sole nelle mani” , sono i vincitori ex aequo del premio internazionale di fotografia “Bariphotocamera”.In esposizione 250 scatti selezionati tra i lavori più significativi, in un viaggio attraverso il territorio barese raccontato e rivisitato dalla sensibilità artistica degli autori. Lavori inediti, realizzati ad hoc da Mario Cresci, Francesco Cito, Cristina Bari, Carmelo Bongiorno, Enrico Bossan, Donato Del Giudice, Davide Monteleone, Gianni Cataldi, Stefano Di Marco, Francesco Giusti, Claudio Gobbi, Ramak Fazel, Massimo Siragusa, Claudio Sabatino e Simona Ongarelli e tanti altri.Il percorso espositivo si snoda tra le mille realtà produttive di una terra che ha il Sole nelle mani “perché - scrive Mario Cresci - in questa idea simbolica di luce in cui la fotografia vive si collocano sia le immagini di un passato rurale, ineludibile, sia la ricerca attuale: perché il sole vita dell’antica cultura delle mani ha la stessa valenza della luce della mente che illumina i saperi e la speranza del futuro”. Con il suo obbiettivo Mario Cresci ci porta alla scoperta dell’Istituto Agronomico Mediterraneo, centro di ricerca e di formazione internazionale per l’agricoltura, fiore all’occhiello del territorio barese, ma anche luogo di incontro fra popoli, dove si confrontano saperi, tecniche e soprattutto diverse culture. Un mondo di convivenza e tolleranza che vuole essere assurto a modello di vita.Francesco Cito affronta invece uno dei mestieri più antichi delle città costiere: la pesca. Un reportage vero e proprio il suo, un viaggio nella tradizione custodita dal pescatore Mimmo con le rughe di fatica sul volto, ma anche uno sguardo sulla modernità degli allevamenti ittici, il nuovo “fronte” del mare. “In un mondo in trasformazione solo la fede resta immutata”, scrive Cito, che ha fotografato il rituale dei una processione a mare, con la Madonna a poppa sui pescherecci. Tante altre le realtà affrontate in mostra, come il viaggio nel comparto caseario, proposto da Carmelo Bongiorno, che ci racconta il latte nelle sue tante forme, luce e materia, campagna e acciaio, dalla terra all’industria, padri e figli legati da un filo bianco che si trasforma, lì dove le mani non avranno mai paura di essere sostituite dalle macchine. Terra e mare, solidità e fluidità, tradizione e innovazione, identità e trasformazione: un inesorabile divenire che, complice la fotografia, viene raccontato in questa mostra. Ciò che è sotto gli occhi di tutti viene nobilitato dallo sguardo autoriale di questi grandi fotografi, che riportano luoghi, contesti, situazioni e persone con una carica espressiva tale da costringere lo spettatore a riconsiderarne la valenza estetica e sociale. Dopo l’esordio barese la mostra farà tappa nelle gallerie Fnac in Italia e all’estero.Il catalogo, curato da Cosmo Laera e Chicca Maralfa e con testi di Gabriel Bauret, Giovanna Calvenzi, Oscar Iarussi e Antonella Pierno, è edito da Federico Motta Editore. Hanno collaborato al progetto Bariphotocamera: Comune di Bari (assessorati alle Culture ed alle Attività Economiche); Provincia di Bari (Assessorato alle Attività Produttive; Regione Puglia (assessorato allo Sviluppo Economico); Club delle Imprese per la Cultura di Confindustria, Bari.Sono partner culturali dell’iniziativa: Le Gallerie Fotografiche Fnac; Accademia delle Belle Arti di Brera – Dip. Di progettazione e Arti Applicate – Scuola di Fotografia; Pinacoteca provinciale “Corrado Giaquinto” Bari; Dipartimento di Architettura ed Urbanistica del Politecnico di Bari – Museo Universitario di Fotografia.
Ed ora tocca a me: A parte qualche foto, nel complesso davvero una bella mostra soprattutto molto bravo Mario Cresci!!!
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Soul Makossa ospita Papa WembaIl 2 Dicembre al Pala MartinoAncora un evento per la settima edizione del Soul Makossa 2006 Festival Interetnico della Musica e del Teatro. Il 2 dicembre alle ore 21.00 concerto di Papa Wemba al Pala Martino. Cantante estroverso crea un nuovo aggressivo afro pop denominato “rhumba rock”. L'evento è organizzato da Abusuan, l'assessorato al Mediterraneo dlla Regione Puglia, l'assessorato alla Cultura della Provincia di Bari e l'assessorato alle Culture e Religioni e quello al Commercio del Comune di Bari.
Mostra di Natale al MongolfieraA Japigia dal 26 novembre 2006 al 6 gennaio 2007Al Centro Commerciale Mongolfiera di Bari Japigia è quasi Natale! Da martedì 21 novembre al 6 gennaio nella galleria del Centro Commerciale Mongolfiera a Japigia è stata allestita una Mostra di Natale. Caratteristiche opere di artigianato, presepi e simpatici oggetti legati alla tradizione natalizia ravviveranno la galleria. Realizzata in collaborazione con artisti e associazioni culturali, la mostra permanente allieterà le passeggiate e lo shopping nel Centro. Anche questa iniziativa rientra nella vision del Centro Commerciale di Bari Japigia, un centro divenuto ormai parte integrante del quartiere. Le diverse iniziative intraprese negli anni mostrano la forte volontà di far parte della vita quotidiana dei baresi e di sviluppare un forte radicamento nel territorio circostante.
Uno sguardo in PeriferiaA Triggiano la mostra di Pino Pavone dal 1 dicembre 2006 al 17 dicembre 2006Periferie - sguardi sul nostro paesaggio. Venerdi 1 dicembre alle 19 presso il Palazzo Comunale di Triggiano (Palazzo Pontrelli) si inaugura una mostra collettiva sul tema della periferia ideata da Pino Pavone.
La mostra sarà aperta tutti i giorni fino al 17 dicembre con i seguenti orari: 10.00 - 12.30 / 18.00 - 21.00
Il Giardino Babele del Teatro KismetDomenica 10 dicembre h 21.00 Css Teatro Stabile d’innovazione del FVG / balletto civile "I sette a Tebe" liberamente tratto da I sette contro Tebe di Eschilo;
Progetto speciale 19 / 21 Gennaio h 21.00 Studio su Medea
Venerdì 19 h 21.00 Capitolo I Medea & Giasone
Sabato 20 h 21.00 Capitolo II Medea & Figli
Domenica 21 h 18.00 Capitolo I,
h 20.00 Capitolo II e
h 22.00 Capitolo III Medea DeaAntonio Latella elaborazione drammaturgica Federico Bellini regia Antonio Latella con Nicole Kehrberger Michele Andrei, Giuseppe Lanino, Emilio Vacca musiche Franco Visioli luci Giorgio Cervesi Ripa costumi Rosa Futuro, Tobias Marx foto Anna Bertozzi movimenti coreografici e regista assistente Rosario Tedesco;
Mercoledì 28 Febbraio e 1 e 2 Marzo h 20.00 c/o la Sala prove al Fornelli Teatro Kismet Oper AA B. a Samuel Beckett primo studio Lello Tedeschi;
Venerdì 16 Marzo h 17.00 incontro c/o CUTAMC str. S. Giacomo – Borgo Antico Immaginario Pasoliniano con i Motus saranno proiettati materiali video;
Mercoledì 2, Giovedì 3 e Venerdì 4 Maggio h 20.00 c/o la Sala prove al Fornelli A B. a Samuel Beckett studio finale Lello Tedeschi ;
I Deep Purple ad AndriaAd Andria il 13 Marzo 2007Il 13 Marzo prossimo arrivano i "Deep Purple", una delle storiche band della musica hard rock. Un appuntamento imperdibile per gli amanti del rock più duro, con un gruppo internazionale di primissimo piano che ha segnato pagine memorabili nella storia della musica moderna. La realizzazione del concerto è curata dalla Delta Concerti: costo dei biglietti 34-50 euro.
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Il 19 novembre alle ore 12.00 inaugurazione di Sinfonia di Colori, mostra personale di Rachele Verroca, in arte Vera, all'Archeo Club a Torre a Mare. L'esposizione della pittrice barese terminerà il 26 novembre.
La peculiarità narrativa di Rachele Verroca, operatrice delle arti visive sta in questa analisi del circostante, che la pone un passo avanti tra i più validi espressori dell’iperrealismo paesaggistico attuale.
Ovviamente non appena vado, e se posso, mi ricorderò di pubblicare le foto per il buon vecchio Pedro :)
Alla prossima... ;)
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Si inaugura sabato 18 novembre alle ore 19,00 l’evento d’arte contemporanea dal titolo “Il corpo ai confini del mito”, presso la galleria Geo Arte Contemporanea a Bari a cura di Vito Caiati e Dores Sacquegna. In mostra le opere dell’artista Fosca (Marcella Fusco) . La giovane artista napoletana proviene dal digitale e in questa ultima serie - dedicata alla mitologia con Pasifae - elabora una serie di opere composte da tele e fotografie digitali, assemblate sia come immagini singole sia in dittici e trittici.
Tela-fotografia sono di due tipi di sviluppo tecnico (manuale e digitale) che permettono all’artista di elaborare la figura del mito stesso, integrandolo nella storia contemporanea, coniugando, così, l’evento storico con l’era multimediale. La nudità oggettivata dal voyeurismo anatomico di Pasifae è presente in queste opere con interfacce tattili di corpo-pietra, corpo-linea, corpo-digitale. In questo modo il corpo di Pasifae viene mostrato come bio-materiale e la presenza di questa figura mitologica si evolve in rapporto alle tecnologie.
In attesa di trovare del tempo per andarci
da solo, consiglio a tutti ^^
Alla prossima... ;)
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20 Ottobre 2006 - 21 Gennaio 2007
Palazzo Bricherasio ospita, per la prima volta in Italia, la collezione della Fondazione Jean e Suzanne Planque: l’esposizione, curata da Florian Rodari, mette in mostra circa 100-130 opere tra dipinti e disegni dei più grandi artisti della prima metà del Novecento. La collezione, nell’eterogeneità ed insieme straordinaria coerenza delle opere, pazientemente raccolte nell’arco di cinquant’anni di vita, esprime in toto l’eccezionale qualità dello sguardo di Jean Planque e rende omaggio alle diverse sfumature della sua sensibilità. Straordinario insieme di capolavori, la collezione è meritevole di grande attenzione per l’oculatezza delle scelte operate dal collezionista e per la rara finezza di certe opere. Il pubblico avrà l’opportunità di ammirare lavori dei più importanti Maestri dell’Arte moderna (da Cézanne a Picasso, da Degas a Bonnard, da Van Gogh a Rouault, da Dubuffet a Klee) grazie ai quali potrà apprezzare l’efficacia e la profondità del linguaggio pittorico, confrontandosi con quella nuova ricerca espressiva, che rompendo con il carattere accademico imposto dalla tradizione, aprirà le porte allo sperimentalismo che caratterizzerà tutta la produzione figurativa degli anni successivi.Nel corso della sua sistematica ricognizione delle mostre nelle gallerie di maggior prestigio in Svizzera e a Parigi, alla ricerca di capolavori da acquistare per il gallerista Beyeler, Planque è riuscito a regalarsi ancora alcuni dipinti e disegni di impressionisti quali Gauguin, Van Gogh, Degas, Monet e Renoir. Lo speciale rapporto con la città di Parigi, che lo ha risvegliato all’arte, dà corpo ad un consistente nucleo di opere di artisti francesi, da Braque a Dufy, da Delaunay a Léger. Infine la collezione si arricchisce di due prestigiosi insiemi di opere di Picasso e Dubuffet, grandi amici di Jean Planque. L’aver “amato più i quadri che la vita” è una sorta di dichiarazione programmatica con cui Planque giustifica il suo approccio irrazionale e passionale all’arte. Quella stessa energia ed entusiasmo che armano il riscatto culturale di chi ha “fatto tutto da solo, partito dal nulla, senza cultura, senza mezzi economici”. Un favoloso destino che gli ha permesso di divenire, grazie soprattutto all’incontro con il grande gallerista di Basilea Ernst Beyeler, conoscitore raffinato delle opere in circolazione dei grandi maestri delle avanguardie, ma anche di conoscere e diventare amico di molti artisti. La sua, però, non è da intendersi solo come la carriera di un mercante, ma il suo è anche il destino di un collezionista animato dalla volontà di acquisire, conservare e proteggere il maggior numero di opere degli artisti più amati del tempo, ed evitare che la dimensione spirituale dell’arte sia eccessivamente contaminata da quella più materiale dell’economia di mercato. La dedizione totale ad una passione unica, la consapevolezza di aver rinunciato ad un futuro sereno per seguire l’irrazionale impulso che lo spinge a bussare alla porta delle gallerie, ad acquistare le sue prime tele, a dialogare con i più rappresentativi artisti della sua generazione, non fa altro che accrescere il fascino malinconico della figura singolare e per certi versi eccezionale di Jean Planque.
Nello specifico Picasso-Dubuffet...
Due gruppi di opere, curiosamente simmetrici, spiccano sul resto della collezione di Jean Planque. Picasso e Dubuffet sono rappresentati ciascuno da una ventina di lavori, scaglionati nel tempo – dal 1917 al 1970 per quanto riguarda Picasso, dal 1949 al 1984 per Dubuffet. Formatasi a partire dagli anni quaranta, e soprattutto dall’inizio della sua collaborazione con Beyeler, nel 1954, la collezione di Planque continuò ad arricchirsi anche dopo la fine di questo sodalizio, nel 1972, ad esempio con l’acquisizione di un Psychosite, una Mire e un Non-lieu degli ultimi anni di Dubuffet. Come giudicare l’insistenza di questo sguardo parallelo su questi due grandissimi artisti? Opposti in tutto, si direbbe se, a ben guardare, non si rivelassero, con l’aiuto delle note e dei ricordi di Jean Planque, il dialogo segretamente intessuto, i rapporti non immediatamente visibili che univano i due atelier, per il tramite dell’amatore a cui era concesso penetrare nell’uno (a volte) come nell’altro (molto spesso).Il suo rapporto con Dubuffet, che conosce e che contribuisce a far “scoprire” verso la metà degli anni cinquanta e con cui stabilirà ben presto un profondo legame di amicizia, è tuttavia diverso, sin dall’inizio, da quello con Picasso, che accorda (dopo il 1960) alla sua estrema sincerità il raro privilegio di alcune lunghe conversazioni nel suo atelier, davanti alle sue opere. In entrambi i casi, scatta immediatamente la molla della fascinazione, del coinvolgimento.
Alla prossima... ;)
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8 Novembre 2006 - 9 Novembre 2006“Quattrocento anni e non sentirli”, si direbbe oggi.
Tanti infatti ne compirebbe quest’anno Rembrandt Harmensz van Rijn (nato a Leida nel 1606) e la fama del suo genio non accenna a diminuire, anzi le celebrazioni per questo compleanno si moltiplicano attraverso mostre e pubblicazioni in tutto il mondo.
Rembrandt realizzò circa 370 acquaforti, la maggior parte delle quali incise direttamente sulla lastra di rame senza l’ausilio di un disegno preliminare.
La mostra di incisioni antiche e moderne che la Galleria Valeria Bella espone dall’8 novembre al 9 dicembre con un ricco catalogo, presenta sei acquaforti del maestro olandese, tutte di grande rarità (se ne conoscono pochi esemplari al mondo) e di alta qualità, come difficilmente oggi è dato vedere.
Esse sono:
Il paesano con le mani dietro la schienaIl mendicante con il cappello altoLa grande sposa ebreaIl paesaggio con obeliscoSan Gerolamo nello studioStudi di testeSempre in ambito di rarità la galleria presenta fra tante interessanti stampe, due bulini del ‘400, una Santa Agnese ad opera di Israel van Meckenem, La Morte della Vergine di Martin Schongauer, e un bulino del ‘500, Il Rinoceronte di Enea Vico, curiosa e anch’essa rarissima stampa raffigurante “il primo esemplare di questa specie ad essere visto in Europa dall’epoca romana”.
Per i moderni molto ben rappresentato il “versante” italiano con Boccioni, Campigli, Fattori, Marini, e Morandi, e quello d’oltralpe e più con Heckel, Kollwitz, Müller, Munch e Nolde.
Quante mostre e quanta tristezza :(Alla prossima... ;)
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31 ottobre 2006 - 29 gennaio 2007Nel 2006 in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla nascita di Rembrandt anche il Museo Morandi desidera rendere omaggio al grande artista olandese, considerando il costante interessamento che Giorgio Morandi rivolgeva soprattutto alla sua arte incisoria.
Il pittore bolognese possedeva infatti cinque incisioni all'acquaforte di Rembrandt, di cui quattro oggi conservate presso il museo; inoltre si tenne sempre aggiornato sulle pubblicazioni relative all’argomento, fino a studiare attentamente, sebbene fosse scritta in inglese, la monografia di Ludwig Münz sulle acqueforti di Rembrandt uscita nel 1952.
L'esposizione è curata da Marzia Faietti, direttrice del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi e nasce dalla collaborazione con l’istituto fiorentino dove, oltre alle note acqueforti di Rembrandt, sono conservate molte incisioni di Giorgio Morandi donate dall'ultima sorella dell'artista.
Per Morandi l'attività incisoria, di cui fu docente presso l'Accademia di Bologna dal 1930 al 1956, non fu certo una pratica marginale o episodica rispetto all'opera di pittura, al pari di Rembrandt d'altronde, che incise soprattutto fra il 1626 e il 1665.
In un'intervista Morandi dichiarò di preferire, tra gli incisori, quelli "che sono anche pittori […] specialmente Rembrandt e Goya".
Non pare casuale dunque che Morandi fosse dedito a una tecnica "antica" come quella dell'acquaforte e che come Rembrandt utilizzasse un torchio di legno di quercia, oggi conservato in una sala del museo.
Per queste ragioni la selettiva e ragionata rassegna ospitata nella Sala Ottagonale del Museo Morandi intende approfondire attraverso analogie visive la relazione tra le opere dei due incisori, anche a conferma e verifica degli studi compiuti da Lamberto Vitali in poi.
Nelle prime prove incisorie di Morandi, iniziate intorno agli anni Venti, i riferimenti tecnico-formali all'opera del grande maestro olandese sono quanto mai espliciti, anche se in un'interpretazione molto libera e originale.
I due artisti appartengono, infatti, a due mondi e a due sensibilità molto diverse, ma li accomuna la flessibilità del segno e la variazione continua del tracciato.
Il percorso espositivo mostrerà 33 incisioni di Rembrandt e Morandi a confronto rivelando affinità tecniche molto precise pur negli accostamenti iconografici molto lontani.
L'attenzione di Morandi per Rembrandt è testimoniata inoltre dalla presenza nella sua biblioteca di alcuni volumi sull'artista olandese che saranno esposti in mostra.
Ma mostre qui quando ne vedrò?Ancora più triste...Pedro ovviamente consiglio :)Alla prossima... ;)
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Brescia.Composta di 285 opere e divisa in 5 ampie sezioni, la mostra, a cura di Marco Goldin, per la prima volta in Italia tratteggia l’importante vicenda della nascita del paesaggio impressionista. Facendolo però da un punto di vista molto più dilatato e così storicamente fondato. Infatti, la prima sezione indicherà, attraverso l’opera di Constable e Turner, le maggiori preesistenze in Europa, al di fuori della Francia, nei termini della più elevata qualità quanto a una nuova interpretazione del paesaggio. Non è inutile ricordare, tra l’altro, come Constable e Turner siano stati fondamentali, il primo in modo particolare per gli artisti di Barbizon e il secondo specialmente per Monet. Questo capitolo introduttivo sarà già l’affondo dentro una natura descritta e interpretata in modo assai diverso rispetto al XVIII secolo.
Con Constable seguendo le vie di un realismo che si tramuta in lume nuovo sulle cose, e con Turner lungo i sentieri di quella dissoluzione della natura nella luce e nel colore che conteranno così tanto appunto per Claude Monet.
La seconda sezione, intitolata Dall’Accademia ai primi sguardi sulla natura, intende illustrare l’evoluzione del paesaggio da fondale scenografico, luogo in cui accadono le storie della Mitologia e delle Sacre scritture, a genere in cui la natura, pur non assumendo mai quella rilevanza che, negli stessi anni, le era propria con l’opera di Constable e Turner, viene consapevolmente studiata dal vero da pittori come Granet, Constantin, Valenciennes e, naturalmente, Corot. Artisti tutti che, soprattutto nei loro soggiorni italiani, sembrano decisamente capovolgere il gusto della ricostruzione storica in favore di uno sguardo più limpido sulla natura, finalmente accarezzata e amata, percorsa da uno sguardo mai vuoto e inutile. Questa disposizione d’amore sarà il punto di partenza anche per i giovani pittori impressionisti quando, qualche decennio più tardi, si affacceranno sulla scena parigina.
Poi sarà l’impressionismo a guadagnare gradualmente il centro della scena. E, naturalmente, volendo spiegare cosa abbia rappresentato, per quel gruppo straordinario di pittori, il paesaggio, bisognerà partire da Barbizon. Nella terza sezione infatti, intitolata Da Barbizon al primo paesaggio impressionista, si avrà modo di misurare quale fu la vera, incredibile novità introdotta da quei pittori, i cui esordi sono da ricondurre ai primissimi anni trenta, riconosciuti come gli artefici di una rottura che segna la fine dell’ascendente teorico ed estetico del paesaggio classico. La natura non è più quella di un’Italia pittoresca e idealizzata, ma quella di una Francia scoperta gradualmente. Si inizia con l’esplorazione delle foreste attorno a Parigi, come Compiègne, Montmorency e Louveciennes. Ma il luogo che, più di altri, rinvigorì il paesaggio contemporaneo francese tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, fu la foresta di Fontainebleau con le sue frazioni, Barbizon, Marlotte e Chailly. Corot, Français e Huet furono tra i primi a frequentare questi luoghi mitici, e vennero poi seguiti da Diaz de la Peña, Rousseau, Daubigny e Courbet, solo per dire degli artisti più celebri che hanno costituito un fondamentale ponte tra la pittura accademica di paesaggio in Francia e gli impressionisti. Ai loro esordi infatti Monet, Bazille, Sisley e Pissarro si ritrovano negli stessi anni a dipingere in questo luogo mitico, rielaborando la lezione dei maestri più anziani e sviluppando in particolare un’attenzione affatto nuova per il dato atmosferico e l’importanza della luce.
Intitolata Paesaggi dell’impressionismo, la quarta sezione abbraccia oltre 150 opere, dunque il cuore vero di tutta la mostra. Non più solo il paesaggio, ma i paesaggi. Un plurale che si rende necessario per raccontare la ricchezza e diversità di visione che a partire dai primi anni settanta, e fino agli albori del nuovo secolo, tanti pittori della generazione impressionista hanno saputo tradurre nelle loro opere. In quasi quarant’anni di
pittura, non solo matura e giunge a compimento il linguaggio impressionista più universalmente noto, ma di lì si evolvono in modo assolutamente perentorio singole figure di artisti che apportano ulteriori e più fecondi elementi di novità. Se al primo momento dunque possiamo associare i nomi, tra gli altri, di Sisley, Pissarro, Guillaumin e Caillebotte, i veri giganti di questa irripetibile stagione sono Manet prima di tutti, e poi Gauguin, Monet, van Gogh e Cézanne. Artisti il cui ruolo dominante è testimoniato in mostra da ampi gruppi di opere di qualità assoluta.
L’impressionismo non nasce con un manifesto programmatico stilato in un momento preciso da un maître à penser. E la prima esposizione, presso lo studio fotografico di Nadar nell’aprile del 1874, è solo il battesimo ufficiale di un movimento. I cui protagonisti in realtà si frequentavano già da diversi anni, stimolandosi a vicenda nella ricerca di un linguaggio diverso da quello proposto nei Salon, di un modo nuovo di guardare alla realtà e di farne esperienza. Questa sezione vuole dunque restituire il senso di tale confronto continuo che ha animato le esistenze degli impressionisti, del loro cimentarsi molto spesso su soggetti simili, nello stesso tempo o a distanza di anni, in perfetta solitudine o l’uno a fianco dell’altro. E sarà dunque anche inevitabile, e affascinante, verificare quanto l’apporto di un pittore sia leggibile nell’opera di un altro. Quanto cioè l’impressionismo sia sostanzialmente un riandare continuo, ciascuno con la propria sensibilità, alla natura, tutta, che ci circonda, per coglierne fin dove possibile la fuggevole bellezza. O per trasferirvi, è il caso emblematico di Monet, nel periodo ultimo di Giverny, il senso lacerato di una visione, e, per van Gogh, la corrispondenza con il suo più intimo sentire.
In una succedersi affascinante le opere saranno disposte per nuclei tematici. Dalle vedute di Parigi realizzate da molti tra gli impressionisti, Caillebotte in primis, al gruppo fondamentale centrato sulla campagna francese, dove tanti tra questi artisti danno il meglio di loro stessi. Quindi il tema dell’acqua, ovvero i fiumi di Francia, dalla Senna all’Oise, e poi i quadri dedicati al mare, da quelli celeberrimi di Manet, e dai molti che Monet vi dedicò soprattutto durante i soggiorni importanti in Normandia o in Costa Azzurra, fino all’esaltazione dell’accecante luce mediterranea nei quadri di Signac.
Sempre restando al tema delle città, un ruolo centrale, anche per i quadri dipinti fuori Parigi, l’avrà ancora Monet, con le immagini di Londra, di Amsterdam e di Venezia, e ancora della cattedrale di Rouen che vivrà in un magnifico raffronto con una superba versione della chiesa di Moret dipinta da Sisley. Questo capitolo della mostra includerà anche i viaggi che gli impressionisti fecero. Allora le visioni olandesi e inglesi di Monet si alterneranno a quelle provenzali di Cézanne, sublimi lungo tutto il corso della sua vita. Senza dimenticare la Bretagna, primo eden abitato da Gauguin e Bernard, e il mitico Sud cercato e dipinto da Van Gogh dopo la scoperta della pittura impressionista fatta a Parigi.
Talvolta gli impressionisti non dipingono neppure nella chiarità di un campo o sulla riva del fiume, ma si fermano alla brevità del giardino di casa. A Il giardino è intitolata infatti la quinta e ultima sezione dove sono presentati molti dei capolavori più alti di tutta la mostra. A cominciare per esempio da Un angolo del giardino a Rueil dipinto da Manet nel 1882, qualche mese prima della sua morte. La necessità che Manet conserva fino all’ultimo di dipingere en plein air è uno dei tratti comuni che lo legano ancora all’esperienza impressionista. Qui però la dimensione di dialogo intimo che egli rende avvertibile nella sua opera è un’assoluta novità. Quando infatti gli impressionisti dipingevano un giardino era per ambientarvi una scena di famiglia o per esaltare la propria abilità nel rendere i giochi di chiaroscuro che la luce creava con la vegetazione. È quanto si può vedere nel Parco a Yerres dipinto da Caillebotte. A una visione più aperta e meno scintillante di riverberi luminosi, si rifà Pissarro che a distanza di vent’anni l’una dall’altra dipinge due opere, gli Orti a L’Hermitage, Pontoise del 1874 e gli Alberi in fiore. La casa dell’artista a Éragny, in cui lo spazio del giardino è riletto come luogo di vita, dove l’uomo appare con le fatiche del lavoro quotidiano.
Per molti degli impressionisti il giardino continuerà a esser letto come il luogo della fioritura, della vita felice che nasce. Questo tipo di soggetto non poteva che affascinare van Gogh al suo arrivo a Arles, nella primavera del 1888. Il Frutteto stretto dai cipressi è infatti il tentativo felicemente riuscito di fermare sulla tela la bellezza effimera e gioiosa che la natura stava regalando ai suoi occhi. E anche se sono riconoscibili dei debiti nei confronti della cultura figurativa giapponese, è altrettanto evidente che, proprio in queste opere, van Gogh torna quasi istintivamente a riallacciarsi al più puro stile impressionista. Con la formulazione commovente di una pittura della luce e dello spazio che è tra gli esiti di più intima poesia leggibili nella sua opera.
Il tema del giardino è però forse quello che per eccellenza va ricondotto all’opera di Monet e al tempo ultimo della sua vita a Giverny. La mostra infatti si conclude, lontanissima da dove era partita, già ben dentro il XX secolo. Eppure, d’altro canto, vicina a certi quadri di Turner che, ancor prima della metà del secolo precedente, erano già dispersione dentro la tempesta del colore. Fosse essa di luce o neve.
Alcune visioni del giardino, dei glicini e delle ninfee di Monet, esposte nell’ultima sala della mostra, sigillano, nella decantazione della materia dipinta, un percorso fatto ormai di fiorite sottrazioni di luce. La natura è diventata il respiro del cosmo, la voce di un infinito nata dallo stagno incantato di Giverny.
Ed io sono ancora qui?Che tristezza...!!!Alla prossima... ;)
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