venerdì 11 gennaio 2008

Premonition
















Titolo: Premonition
Regia: Mennan Yapo
Cast: Sandra BullockJulian McMahonNia LongKate NelliganAmber VallettaPeter Stormare
Genere: Drammatico, Thriller
Durata: 110'
Anno: 2007
Nazione: U.S.A.
Produzione: Hyde Park Entertainment, Offspring Entertainment, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), TriStar Pictures
Distribuzione: Eagles Pictures

Trama: Linda Hanson (Sandra Bullock) ha una bella casa, un marito che la ama e due adorabili figlie. La sua vita è perfetta fino al giorno in cui non riceve la terribile notizia che suo marito Jim (Julian McMahon) è morto in un incidente d'auto. Per lei, madre e moglie devota, è la cosa peggiore che potesse accadere. Ma ha immaginato tutto? Quando si sveglia il giorno dopo suo marito è ancora vivo. Sulle prime Linda crede che l'incidente sia stato solo un incubo. Ma poi succede ancora: alcuni giorni si sveglia e Jim è accanto a lei vivo e vegeto, mentre altri giorni si sveglia ed è vedova. Inspiegabilmente vive i giorni in maniera disordinata. La traumatizzante premonizione di Linda dà il via ad una serie di eventi ad incastro e mutevoli. Il suo mondo si capovolge mentre le circostanze surreali la portano alla scoperta che la sua vita potrebbe non essere mai stata come sembrava. Cerca di salvare disperatamente la sua famiglia e così inizia una furiosa gara contro il tempo ed il destino per cercare di salvare tutto ciò che lei e Jim hanno costruito insieme.

Ed ora tocca a me: Non ho trovato critica in giro ma a me questo film non è piaciuto per nulla, troppo confusionario ed a volte toccava la noia, quindi parere negativo.

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lunedì 7 gennaio 2008

1408















Titolo originale: 1408
Regia: Mikael Håfström
Cast: John CusackSamuel L. Jackson, Mary McCormack, Jasmine Jessica Anthony, Alexandra Silber, Tony Shalhoub, Emily Harvey, Noah Lee Margetts
Genere: Horror
Durata: 94'
Anno: 2007
Nazione: U.S.A.
Produzione: Dimension Films, Di Bonaventura Pictures
Distribuzione: KEYFILMS

Trama: Il famoso scrittore di libri horror Mike Enslin (John Cusack) crede solo in ciò che può vedere con i propri occhi. Dopo una serie di bestseller che screditano gli eventi paranormali avvenuti nelle case infestate dai fantasmi e nei cimiteri più famosi del mondo, non ha nessuna prova concreta di una vita dopo la morte. La serie di lunghe notti solitarie senza fantasmi di Mike, tuttavia, è destinata a cambiare quando entra nella stanza 1408 del famigerato Dolphin Hotel per il suo ultimo progetto, “Dieci Notti nelle Camere d’Albergo Infestate dai Fantasmi.” Sfidando gli avvertimenti del direttore dell’albergo (Samuel L. Jackson), decide di pernottare – il primo dopo anni - proprio nella stanza che tutti considerano infestata, nella speranza che possa essere l’inizio di un nuovo bestseller. Come molti degli eroi di Stephen King, Mike dovrà affrontare i suoi demoni, passando da scettico a credente, prima di superare la notte...


Claudio Carabba (Corriere della Sera Magazine)

La notte brava da passare nella villa infestata dai fantasmi, è un classico della letteratura nera. Il grande Margheriti costruì sul tema un incubo (Danza macabra), che nella memoria ancora mi spaventa. Stavolta si parte da King, uno che sa bene che i morti a volte ritornano; e sono spesso di pessimo umore. L autore di bestsel ler su alberghi maledetti (con tanto di stelle per classificare lo spavento) incontrerà brutti guai, nella stanza 1408 dell'hotel Dolphin, nel centro di New York. L'uomo è scettico fino al cinismo, forse, perché è stato segnato da un lutto terribile (la malattia fatale della figlia bambina): se Dio non esiste, non ci sono neppure i demoni. Nonostante gli avvertimenti del direttore dell'albergo (o dell'inferno?) lo scrittore apre quella porta con arroganza. Errore. Tutti coloro che morirono là dentro lo assediano; e arriverà anche lo spettro più amato. Il regista corre fra allucinazione e realtà, sino a un cupo finale aperto; qua e là inciampa, ma l'atmosfera è ben creata.


Francesco Alò (Il messaggero)
Il mondo è così disgustoso da giustificare il nichilismo politico di Hostel e Saw. La tortura senza speranza in luoghi sporchi. Le storie di Stephen King a confronto sono favolette in cui contano ancora i rapporti umani, i sensi di colpa, l'ironia, la memoria collettiva e una scenografia di classe. Sublime vintage. Terrorizziamoci all'antica con 1408 di Mikael Håfström, ennesimo europeo a Hollywood che qui adatta un racconto breve del 60enne King. Scrittore disilluso (John Cusack) che demistifica per lavoro i luoghi "maledetti", si chiude nella stanza 1408 di un hotel newyorkese per dimostrare che è tutta una balla. Cambierà idea. Muri che grondano sangue, freddo polare, cornette che si sciolgono, fax che spediscono indumenti di gente defunta, sveglie che si trasformano in conti alla rovescia mortali, fantasmi di ex clienti che si buttano dalla finestra. Il richiamo a Shining è forte. La camera è un mostro fisico ma soprattutto il passaggio che permette al protagonista di entrare nella propria testa e rivivere traumi micidiali. John Cusack e la stanza 1408 sono fantastici. Gran coppia. Rendiamo grazia a nonno King, ormai raffinato e antico come Edgar Allan Poe.

Ed ora tocca a me: Bel film, buona interpretazione di Cusack che permette a chi lo guarda di sentirsi parte degli effetti grafici "che sta vivendo", buon livello di tensione, direi al punto giusto. Merita un bel 7. 


Alla prossima ;)

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domenica 28 gennaio 2007

Corto Circuito 1 e 2















Titolo originale: Short Circuit
Regia: John Badham
Cast: Ally Sheedy, Steve Guttenberg, Fisher Stevens, Austin Pendleton, G.W. Bailey
Genere:Commedia/Fantastico
Durata: 98'
Anno: 1986
Nazione: Usa
Produzione: Gregg Champion, David Foster, Lawrence Turman
Distribuzione:Twentieth Century Fox Home

Trama:Liberato da un fulmine che colpisce il laboratorio dove é stato creato, un robot vola via in cerca della libertà. Farà amicizia con una ragazza ecologista e grazie anche all'aiuto del suo creatore sfuggirà alla cattura della polizia.
















Regia:Kenneth Johnson
Cast:Fisher Stevens, Michael McKean, Jack Western
Genere: Commedia
Durata: 110 minuti
Anno: 1988
Produzione USA
Trama: Capitolo secondo (molto meno felice del precedente) delle avventure di Johnny Five, il super robot dalla memoria e dall'intelligenza galattiche. Ha trovato pare il giusto impiego in un laboratorio che costruisce giocattoli ad alto livello tecnologico. Ma un losco individuo cerca di rapire Johnny Five per usarlo per i suoi scopi.

Ed ora tocca a me:Come non potevo annoverare nella mia conoscenza cinefila (dopo i Goonies) queste 2 uscite cinematografiche degli eigthies che m'hanno accompagnato nell'infanzia.

Alla prossima ;)

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sabato 27 gennaio 2007

Jakob il bugiardo














Regia:Peter Kassovitz
Cast:Robin Williams, Alan Arkin, Bob Balaban, Hannah Taylor-Gordon
Genere: Commedia
Durata:105 minuti
Produzione: USA
Anno:1999

Trama: Seconda guerra mondiale: nella Polonia occupata dai tedeschi, Jakob, ex proprietario di un caffè, tiene sollevati gli animi della comunità ebraica mandando in onda per radio dei falsi bollettini di guerra che narrano di vittorie degli alleati contro i nazisti...

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Dal romanzo di Yarek Becker sul tempo dell'Olocausto, un altro eroe che, come il protagonista de La vita è bella di Benigni, mente per sopravvivere. Nel ghetto di una piccola città polacca, l'ingenuo proprietario di caffé Jakob si fa comunicatore di notizie militari incoraggianti sulla seconda guerra mondiale, per confortare e lasciar sperare i suoi compagni di sventura. Non manca quell'umorismo (ebraico, in questo caso) che sembra ormai divenuto indispensabile in ogni film sull'atroce eliminazione degli ebrei da parte dei nazisti. Il protagonista Williams è spesso melenso, come gli capita quando si propone di essere serio.

Ed ora tocca a me: Film stupendo, m'è piaciuto tantissimo!!! Grande Robin Williams!!!

Alla prossima ;)

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giovedì 18 gennaio 2007

Non ho sonno













Regia:Dario Argento

Cast: Rossella Falk, Stefano Dionisi, Chiara Caselli, Gabriele Lavia, Max von Sydow, Paolo Maria Scalondro, Roberto Zibetti, Elisabetta Rocchetti, Massimo Sarchielli, Renato Liprandi, Roberto Accornero, Alessandra Comerio, Barbara Mautino, Luca Fagioli, Barbara Lerici

Genere Giallo

Durata:118 minuti

Produzione: Italia

Anno:2000

Trama: La luce si spegne, parte la musica ossessiva, nell'ombra si materializza una sagoma, c'è una scala, c'è una porta, e schizza il sangue. È il rituale, eterno, di Dario Argento, rituale furbo e funzionale che qui si ripete una quindicina di volte. Si parte da tre amici adolescenti, siamo a Torino nel 1983. I ragazzi sono appassionati di filastrocche sugli animali. È lo spunto per il primo omicidio (della madre di uno dei tre) e di tutti gli altri che avvengono nel 2000. Il sospettato era un nano. Ogni vittima muore (sempre in modo agghiacciante) nel segno di un animaletto ritagliato nella carta: accanto alla testa, recisa, di una ballerina vestita da cigno l'assassino lascia un cigno, eccetera. Catarsi finale. Storia complicatissima col rito della morte troppo frequente. Certo, funziona, ma un po' a buon mercato.

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Donne straziate a morte: con la gola sfondata da un corno inglese, con la faccia sfracellata picchiandola contro un muro, con la testa mozzata, affogate nella vasca d'un lavatoio. Sangue, dappertutto. Un nano scrittore di romanzi gialli. Uccisioni 1983, troppo simili ad altre uccisioni 2000. Un omicidio con una penna stilografica, infitta nella tempia. Le unghie lunghe laccate di scuro della mano d'una ragazza ammazzata, strappate via con violenza sino a far sanguinare i polpastrelli, così da non poter conservare alcun lembo di pelle per l'identificazione del Dna. Un bambino cattivo. Il dolore delle case disabitate. Una bara vuota. Dalla strada, la polizia spara contro un ragazzo che dà le spalle alla finestra del primo piano, e gli spappola il capo. Nel nuovo film di Dario Argento, il cui titolo Nonhosonno dev'essere scritto tutto attaccato come in un indirizzo elettronico, ci sono brani bellissimi: un treno vuoto che corre nella notte, mentre dall'esterno s'intravede una figura femminile in fuga; il modo incespicante, sconnesso delle ragazze che camminano, quasi si precipitano impaurite nell'oscurità; una casa torinese come un parallelepipedo ocra del mistero, e le strade spopolate, le villette in abbandono, i quartieri soli della città più razionale e più irrazionale d'Italia (il film è stato girato a Torino). Poi ci sono tutti gli espedienti dello spavento tipici del regista e dell'horror: le lame lucenti di armi da taglio, inquadrature in cui le immagini si sovrappongono e s'intersecano, voci dal buio che invocano il nome della vittima destinata, canzoncine, enigmatico soffiare, rumori agghiaccianti, promesse (“Troverò chi ha ucciso tua madre, dovessi metterci tutta la vita”). C’è un finale insensato, un colpevole impossibile: pazienza. Ci sono stimati attori teatrali: Rossella Falk, Gabriele Lavia. Ci sono scene (l'omicidio di una prostituta, Lavia che si finge colpevole) quasi identiche a scene di Tenebre (1983) o di Profondo rosso (1975): il regista non lascia l'horror per andare verso il giallo, semplicemente torna a se stesso. Questo dà a Nonhosonno un'aria già vista, antiquata; la musica enfatica e primaria dei Goblin contribuisce a un'impressione di obsolescenza. A Torino, dove nel 1983 erano stati commessi una serie di atroci delitti di cui non s'era trovato il colpevole, gli ammazzamenti ricominciano. Indaga Paolo Maria Scalondro, poliziotto aggiornato, elettronico. Indaga pure Max von Sydow, poliziotto in pensione che ha perduto la memoria e il sonno, che lavora per riflessione (quando non dorme, pensa) e per intuito, che si fa aiutare da Stefano Dionisi, figlio d'una vittima del 1983: insieme scoprono una filastrocca infantile che l'assassino mette in pratica con esattezza paranoide... Tra gli attori, sono stati molto ben scelti Roberto Zibetti, visto in Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci, e Paolo Maria Scalondro, visto di recente alla tv in Distretto di polizia: le facce di tutt'e due hanno una eloquenza, un carattere che basta a svelare i rispettivi personaggi.

Ed ora tocca a me: Sinceramente l'avevo già visto, avevo tralsciato alcuni dettagli, quando l'ho rivisto m'è piaciuto ancor di più.Molto bello!

Alla prossima... ;)

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lunedì 15 gennaio 2007

U-571













Titolo originale: U - 571
Nazione: Usa
Anno: 2000
Genere:Azione/Thriller
Durata: 115'
Regia: Jonathan Mostow
Sito ufficiale:www.u-571.com
Sito italiano: www.uip.it/minifilm/u571
Cast: Matthew McConaughey, Bill Paxton, Harvey Keitel, Jon Bon Jovi.
Distribuzione:Uip
Uscita prevista: 06 Ottobre 2000 (cinema)

Trama: Durante la seconda guerra mondiale l'equipaggio di un sommergibile americano ha avuto ordine di impossessarsi dei codici di comunicazione militare dei tedeschi all'interno del sommergibile U - 571. Impresa difficile e rischiosa. Tratto da una storia vera.

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
L'ambizione sarebbe quella di rifare un film di guerra semplice ed emozionante, alla maniera degli Anni Quaranta e Cinquanta: ma gli stereotipi bellici dei conflitti subacquei di cinquant'anni o quarant'anni fa risultano oggi più stonati che eroici. La maggior parte delle scene con il sottomarino americano U-571, nel film prodotto da Dino De Laurentiis, sono state realizzate a Cinecittà. Nella Storia, l'audace missione nel corso della battaglia dell'Atlantico durante la seconda guerra mondiale, nell'aprile del 1942, venne portata a termine da un sommergibile inglese: quindi, grandi proteste degli storici e naturalmente degli inglesi.

Ed ora tocca a me: 'Na figata :D

Alla prossima... ;)

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Trappola nel tunnel














Titolo originale: Daylight

Regia:Rob Cohen

Cast:Sylvester Stallone, Amy Brebbeman, Stan Show, Sage Stallone, Viggo Mortensen, Claire Bloom

Genere:Avventura

Durata:115 minuti

Produzione: USA

Anno:1996

Trama: Un incidente blocca il tunnel che unisce l'isola di Manhattan a New York. C'è un'esplosione, migliaia di persone sono bloccate. Il mare potrebbe irrompere ed essere strage. Ma Stallone prende in mano la situazione e risolve tutto alla sua maniera. Grandi effetti, i soliti paradossi. C'è chi li ama.

Tullio Kezich (Il Corriere della Sera)
Ci sono film (ma anche libri, articoli, trasmissioni televisive) che sembrano fotocopie; e talvolta, addirittura, la fotocopia di una foto-copia. Sicché se ricordate L’avventura del Poseidon (1972) è come aver già visto anche questo recentissimo Daylight - Trappola nel tunnel, appena uscito negli Usa, che è basato sullo stesso spunto: un gruppo di personaggi incappati in un disastro cercano una via d’uscita dalla trappola in cui sono finiti. Tranne che il «Poseidon» era una nave rovesciata da un’onda gigante e per i naufraghi si trattava di trovare il modo di risalire dal ponte alla stiva, con tutte le costruzioni scenografiche disegnate e realizzate a testa in giù. Gli sfortunati personaggi di Daylight sono invece rimasti bioccati da un’esplosione nell’Holland Tunnel, la galleria che unisce l’isola di Manhattan al NewJersey, e non sanno come venirne fuori.Un difetto del film è certamente di non farci capire dove si trovano con esattezza i poveretti e attraverso quale percorso dovrebbero pervenire a riveder l~ stelle. Un secondo difetto è lo scarso interesse degli interpreti riuniti intorno a Sylvester Stallone, mentre nell’agguerrito cast del Poseidon figuravano fra gli altri i rampanti Gene Hackman ed Ernest Borgnine, oltre alla pluripremiata Sheiley Winters in una memorabile nuotata subacquea che valeva l’intero film.Non ci commuove granché la vicenda personale di Stallone, che rimosso per un doloroso equivoco dalla carica di capo dei servizi di soccorso si è ridotto a fare il taxista; e in tale veste, comunque, allo scoppio dell’incidente nel tunnel si precipita a dare una mano pur avversato e poco gradito dall’ufficialità. Quando è riuscito a calarsi nel cuore del disastro, sfidando le eliche vorticose dei canali di aerazione, Sly scopre che lo sventato Viggo Mortensen è già rimasto vittima del proprio spericolato esibizionismo; e che lui può contare sulla buona volontà del poliziotto nero Stan Shaw e della scrittrice in crisi Amy Brenneman con la quale si prevede abbraccio finale. Neppure a quel punto, però, l’ingrugnato eroe si deciderà a cambiare espressione. Anche il resto non sorprende, inclusa la morte della meschina Claire Bloom (come finisce il mito di Luci della ribalta!), perché siamo di fronte a uno di quei film sempliciotti dove i personaggi hanno scritto in faccia il proprio destino. Prevediamo perfino che alla fine si salverà il cane per un po’ creduto morto.Se il genere è di vostro gusto, comunque, questa laboriosa fatica di Rob Cohen vi scionina una serie ininterrotta di esplosioni, boati, croffi, allagamenti e via catastrofando. Il tutto fabbricato con allucinante realismo, lo possiamo dire con una punta di orgoglio nazionale, negli studi di Cinecittà, dove approfittando di un’eccellente professionalità e di favorevoli condizioni economiche la produzione americana ha provveduto a far costruire il tunnel maledetto.

Ed ora tocca a me: Ovviamente piaciuto :D

Alla prossima... ;)

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domenica 7 gennaio 2007

Mars attacks














Regia: Tim Burton
Cast: Rod Steiger, Annette Bening, Glenn Close, Jack Nicholson, Sarah Jessica Parker, Michael J. Fox, Pierce Brosnan, Martin Short, Danny DeVito, Tom Jones, Lukas Haas, Jack Black
Genere: Commedia
Durata: 110 minuti
Produzione: USA
Anno: 1996

Trama: Una flotta di dischi volanti raggiunge gli Stati Uniti. Il Presidente organizza un comitato di accoglienza mentre c'è già chi pensa di fare affari con loro. Il primo impatto è devastante: basta il volo di una colomba, simbolo di pace, per scatenare un massacro ad opera dei marziani. Dopo le scuse di rito, c'è l'invito al Congresso dove gli alieni si preoccupano di eliminare gran parte dei rappresentanti. Ormai lo scontro è aperto. Anche il Presidente viene ucciso ma gli States verranno salvati da un ragazzino e dai dischi ascoltati da sua nonna. Tim Burton mette in piedi un Luna Park sugli "alieni al cinema" prendendo spunto da una raccolta di figurine degli anni Cinquanta messe al bando all'epoca perché troppo "violente". Marziani e terrestri sono grotteschi ma gli abitanti del nostro pianeta sono anche squallidi. Il Presidente degli Stati Uniti, affidato a un Nicholson in gran vena, diventa emblema di una "civiltà" così mistificante da non avere più neanche il coraggio della brutalità.

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Archeologo sentimentale della sua infanzia e della puerilità del cinema, innamorato del passato e amante dello scherzo, Tim Burton trentasettenne fa con Mars Attacks! la parodia d'ogni parodia e la satira della società americana fine secolo, un'evocazione tenera della prima ingenua fantascienza spettacolare, un cinema cannibale nutrito di cinema, un film molto divertente, intelligente: e conferma la propria immaturità perenne, quell'insopprimibile legame nostalgico col se stesso ragazzino o adolescente, quel tenace rifiuto dell'età adulta che in qualche misura lo avvicina a Steven Spielberg o a Nanni Moretti. Marte va all'attacco dell'America, e l'America non è preparata. Il presidente degli Stati Uniti (Jack Nicholson, straordinario) ha una miope fiducia nella buona disposizione marziana e nella propria seducente parlantina da politico, si lascia trasportare dagli slogan (“È l'evento più importante da quando Gesù apparve in Galilea”), pensa vanesio soprattutto alla propria immagine (“Parlerò su tutte le reti, metterò il completo di Cerruti”). I capi militari americani possono essere bianchi guerrafondai (Rod Steiger) o neri pacifisti, risultano comunque incapaci, inetti. Lo scienziato di Stato Pierce Brosnan giocherella affabilmente con la sua pipa senza capire assolutamente nulla. I telegiornalisti sono tanto concentrati su se stessi (“Come stanno i miei capelli, stanno bene?”) da non riuscire a vedere quanto accade (e Sarah Jessica Parker finirà con la testa ben pettinata innestata sul corpo d'un cagnolino). Tutti sono ottimisti, curiosi ed euforici come davanti a un nuovo spettacolo, neppure capaci d'immaginare un pericolo della realtà. I marziani arrivano, e sono marziani: brutti mostriciattoli verdi alti un metro, dall'enorme cervello, scheletrici e macrocefali, con grandi occhi a palla. “Veniamo in pace” proclamano bugiardi: e cominciano a devastare tutto e tutti, ammazzano coi loro raggi verdi anche l'intero gruppo dei politici del Congresso, distruggono la Casa Bianca, i Casinò di Las Vegas, il Campidoglio a Washington, la Torre Eiffel a Parigi, il Big Ben a Londra, incendiano edifici, fanno crollare città. Sono invincibili perché nessuno arriva a capirli; sono imprevedibili come adolescenti malvagi e irrequieti dediti ad atti gratuiti; sono incomprensibili come una banda eccitata di bambini anarcoidi. Infatti soltanto due bambini neri esperti videogiochisti sanno colpirli, soltanto un ragazzo insieme con la nonna riuscirà a sconfiggerli, diffondendo altissima una musica melodica che i marziani non sopportano: quelle note vanno loro alla testa, struggono i grandi cervelli, li uccidono. A salvare l'America e il mondo sono dunque un adolescente e una vecchia, cittadini improduttivi e quindi socialmente considerati dei marziani, degli alieni. Lo stile di Mars Attacks! si rifà ai vecchi film di fantascienza (Ultimatum alla Terra, Il pianeta proibito) con cui Tim Burton produttore e regista è cresciuto, a certe figurine vistose, colorate e rozze usate per la pubblicità della gomma da masticare Topps che Burton collezionava nel 1962. L'ambientazione non contemporanea e neppure d'epoca inventa un inedito retro atemporale. Gli effetti speciali costosi e sapientissimi vogliono apparire artigianali, poveri (si rivede Godzilla, un gigantesco robot ferrigno insegue le auto). La guerra Marte-Terra risulta mistificata quanto la guerra del Golfo. Bello, spiritoso, divertente. Magari con qualche momento sfiduciato a metà del film, come se il regista avesse perduto entusiasmo ed energia, però con interpreti magnifici: Jack Nicholson irriconoscibile recita anche la parte d'un boss di Las Vegas, marito di una Annette Bening New Age seguace delle filosofie orientali e dell'armonia universale; Lisa Marie, compagna del regista, interpreta con una sterminata parrucca bionda l'unica Ragazza di Marte dall'aspetto più o meno terrestre.

Tullio Kezich (Il Corriere della Sera)
«Ak! Ak! Ak!». Strillando versacci incomprensibili, a bordo di una miriade di dischi volanti, in un giorno di maggio di un anno qualsiasi, gli omini verdi del pianeta Marte calano in massa sulla Terra. Fedelmente ricalcato su una serie di figurine per ragazzi edite dalla Topps nel 1962, Mars Attacks! (fuori concorso alla Berlinale) è uno scherzaccio che nella sua ammiccante e clamorosa buffoneria contiene un discorso serio. Su una sceneggiatura dell’inglese Jonathan Gems, il geniale regista Tim Burton mette in scena una ventina di personaggi sparsi qua e là per gli Stati Uniti; e la caratteristica che li accomuna, dal presidente Jack Nicholson all’imprenditore imbroglione di Las Vegas (ancora Nicholson), da Glenn Close in figura di First Lady al ringhioso Rod Steiger generale superfalco, dallo scienziato credulone Pierce Brosnan alla sciocchissima giornalista televisiva Sarah Jessica Parker e via elencando, è quella di volere tutti continuare il proprio gioco meschino: come Danny De Vito, che, marziani o no, pensa a buttare i dadi al casinò e basta.Se Il dottor Stranamore di Kubrick, un film ai quale Mars Attacks! sotto taluni aspetti si richiama, era un libello mirato contro i militari e gli scienziati asserviti ai loro diabolici disegni, qui non troviamo messaggi a senso unico. Sulla Terra non ci sono veri cattivi, solo imbecilli. E proprio a una flaubertiana contemplazione della stupidità si abbandona Burton, constatando l’incapacità di prendere misure adeguate nei riguardi degli invasori, che ben presto si rivelano cattivissimi: mitragliano i Congresso; fanno saltare la Tour Eiffel, il Big Ben e il Taj Mahal; e infine portano l’assalto fin dentro la Casa Bianca. Al meglio delle sue capacità ironiche, Nicholson disegna una memorabile satira del politico senza qualità, roba da far fischiare le orecchie anche a qualche omologo nostrano, nella scena in cui rivolge agli ospiti indesiderati un untuoso discorso demagogico ricevendone in cambio una meritatissima pugnalata.Non altrettanto centrato è il secondo personaggio schizzato dal grande attore, che non giustifica l’espediente del doppione. Come del resto altre partecipazioni al film risultano pleonastiche e scolorite, inclusa quella di De Vito; mentre il ritmo qua e là perde colpi. Ma nel suo procedere baldanzoso Mars Attacks! si riprende da ogni scivolone in una chiave bizzarra e svariante che assicura alla veterana Sylvia Sydney il ruolo di ignara e arteriosclerotica salvatrice della Terra solo perché ama le vecchie canzoni come Indian Love Call. Per affermare, fra una risata e l’altra, fra un brivido di paura e l’altro, che l’umanità potrà salvarsi soltanto privilegiando l’ingenuità disinteressata sulla miope furberia.

Ed ora tocca a me: Ovviamente film stupendo, come stupendamente il regista (uno qualunque :D ) utilizza personaggi tratti dal passato per fare un film d'ambientazione futura. Molto bello :)

Alla prossima... ;)

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giovedì 23 novembre 2006

M.a.s.h.



















Regia: Robert Altman
Cast: Sally Kellerman, Donald Sutherland, Elliott Gould, Robert Duvall, Tom Skerritt, Roger Bowen
Genere: Commedia
Durata: 116 minuti
Produzione: USA 1970
Trama: Il film racconta la storia di un'équipe di chirurghi in un ospedale militare che se la ridono della disciplina e non si preoccupano di andare incontro a sanzioni, dimostrando tutto il loro disprezzo per la guerra. Commedia satirica, graffiante che, andando al di là delle intenzioni stesse dello sceneggiatura, mette a nudo l'ipocrisia ufficiale durante la guerra di Corea. Dissacra tutto, anche i caduti in quella sporca guerra. Sul piano formale si tratta di uno dei grandi capolavori del cinema. Altman stupisce per la capacità di adoperare un linguaggio realistico e per l'abilità nel montare insieme realismo e satira, lasciando il pubblico incerto sulla natura di quello che sta vedendo.

Alberto Moravia
Mash di Robert Altman è un film di guerra che ha vinto il premio ai festival di Cannes probabilmente perché è un film di guerra. Allora Cannes sarebbe diventato un luogo di riunione di coloro che un tempo venivano chiamati “guerrafondai”? Tutt’altro, il film senza dubbio è stato premiato perché considerato pacifista. Vediamo adesso se questo pacifismo risponde a verità. Secondo i polemologi, la guerra sarebbe una specie di salasso che certe nazioni le quali hanno troppo di qualche cosa (troppi uomini, troppa ricchezza, troppi prodotti, troppi quadri dirigenti, troppi disoccupati, ecc. ecc.) infliggono a se stesse più o meno inconsciamente. Quanto dire che le guerre non si farebbero perché non si ha qualche cosa e si vuole derubarne il vicino; ma perché si ha troppo di qualche cosa e ci si serve del vicino per iiberarsene. Per esempio i paesi poveri hanno troppi uomini mentre i paesi ricchi hanno troppe ricchezze. Ecco una guerra già pronta. Attraverso la guerra, ricchezza e popolazione saranno “sgonfiate”. In realtà questo è avvenuto in Europa durante gli ultimi due secoli. La bomba atomica non modificherebbe questo stato di cose. Essa sarebbe semplicemente un’arma alla misura delle masse. Ma perché c’è troppo di qualche cosa? È qui che Mash, film apparentemente pacifista ma in realtà bellicoso, può dare una risposta. C’è troppo di qualche cosa allorché c’è repressione ossia deviazione di energia per fini aggressivi. In Mash si racconta la vicenda di due chirurghi buontemponi e goliardici ma bravissimi nella loro professione i quali, capitati durante la guerra di Corea in un ospedale da campo, si fanno beffa delle convenzioni che sono proprie della società militare. Il loro bersaglio preferito è un capitano grande lettore della Bibbia e nell’intimità (relativa) della propria baracca grande cacciatore di gonnelle. Il capitano salta addosso a un’infermiera e non si accorge che un microfono permette ai suoi due colleghi di registrare i gemiti, i ruggiti e le rumorose agonie dell’amore. Svergognato, il capitano dà in escandescenze e viene portato via di peso tutto legato in una camicia di forza. Abbiamo detto che la repressione è all’origine della guerra. Ora tra il capitano ipocrita che va a letto con le infermiere e i due chirurghi che lo svergognano, non c’è dubbio che i repressi sono questi ultimi. Noi sappiamo infatti che il capitano finge di essere religioso ma in realtà ama le donne; ma non sappiamo affatto cosa amano i due chirurghi, perché essi non fingono e non sono ipocriti e quello che fanno (operare i feriti di guerra) io fanno bene e sul serio. Così in mancanza di altre spiegazioni, bisogna pur credere che essi non amano le donne ma soltanto il loro mestiere cioè la guerra. Repressi ed efficienti, ce l’hanno con il capitano non già perché è ipocrita ma perché non è represso e dunque, probabilmente, non è efficiente. Del resto il film ha una sua atmosfera che puzza di caserma lontano un miglio. Non è la caserma prussiana, d’accordo; è la caserma anglosassone, kiplinghiana, hemingweiana, dove si scherza e si prende in giro la guerra ma per farla meglio. Le beffe che i due chirurghi goliardici combinano contro i loro colleghi militaristi hanno sempre per agente catalizzatore il sesso. Ma i due allegroni, loro, sono casti. Così il militarismo si manifesta per quello che è: una repressione così completa è così profonda che non resta che ridere e scherzare e fare la guerra. Come sempre avviene in film dei genere, gli attori sono bravi ma di una bravura che sfiora pericolosamente il luogo comune simpatico e pseudo-liberatorio. Donald Sutherland e Tom Skerrit, tra uno scherzo e l’altro, si immergono fino al naso nel sangue delle sale operatorie. Sembrano, con la loro allegria di buon augurio, due ostetrici che presiedono alla nascita di nuove esistenze. In realtà mettono la loro scienza al servizio di quello che qualcuno ha chiamato un infanticidio collettivo ritardato. Cioè della guerra.

Tullio Kezich
La sigla del titolo significa Mobile Army Surgical Hospital e sta a indicare un ospedale chirurgico da campo durante la guerra di Corea. Sceneggiato da Ring Lardner jr (che fu uno dei «10 di Hollywood» vittime della caccia alle streghe) e diretto da Robert Altman (un esordiente di grossa esperienza televisiva), M.A.S.H. si colloca fra il dottor Stranamore e il gusto di Luis Buñuel. Almeno per la prima mezz’ora il film ci fa assistere, con incredibile spregiudicatezza, a situazioni farsesche trasferite nell’ambiente dei chirurghi in uniforme: non c’è tabù militarista che Altman non sembri disposto a irridere senza mezzi termini, con un umorismo nero che fa venire i brividi per la sua stretta connessione con la realtà. Non dimentichiamo che gli Stati Uniti sono tuttora impegnati in una guerra asiatica e che la distanza del film dai fatti che narra è solo apparente. Purtroppo la grinta degli autori si spiana strada facendo, la fantasia ripiega sui modi ben noti del cinema comico e l'aggressività si brucia nel disordine di una struttura bozzettistica. La parodia dell’Ultima cena, desunta da Viridiana, è fuori luogo; le avventure boccaccesche dei due protagonisti ricordano le bonarie vignette di Bili Mauldin sulla seconda guerra mondiale. Sicché sorge legittimo il sospetto che M.A.S.H. sia soltanto una versione aggiornata e incattivita delle vecchie farse militari: tanto che ha potuto ottenere senza complicazioni diplomatiche il gran premio al festival di Cannes.

Ed ora tocca a me: Sinceramente m'è capitato di "conoscerlo" alla sua morte, nel senso che ieri per la prima volta ho visto un suo film, che penso abbiano mandato in onda su Rete4 in suo onore. Abbastanza bello il film, belle le crude scene e bello il modo di girare. Un bel film.


Alla prossima... ;)

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venerdì 17 novembre 2006

Final Destination 3



















Regia: James Wong
Cast: Mary Elizabeth Winstead, Ryan Merriman, Kris Lemche, Alexz Johnson, Sam Easton, Jesse Moss, Gina Holden.
Genere: Horror
Durata: 115 minuti
Produzione: USA 2006

Trama: Tra le più gettonate serie horror del nuovo millennio, Final Destination arriva al terzo episodio: ancora una volta per un manipolo di teenager americani scampare al proprio destino non sarà così semplice. Dopo l’esplosione del volo 180 ed il colossale incidente autostradale, ad essere inseguiti dal nero mietitore saranno i superstiti di un giro sfortunato sulle montagne russe del diavolo. Sarà Wendy, con le proprie visioni, a salvare un gruppo di compagni di liceo dall’incidente sulla giostra, e ad innescare così la catena di morti post-datate, in rigoroso ordine di posto a sedere.James Wong e Glen Morgan, vecchie conoscenze per i fan di X-Files e di Millennium, accettano la sfida: ripresa la propria creatura a distanza di un sequel, per molti versi più riuscito dell’originale, tornano a lavorare a quattro mani sull’idea alla base della serie. La formula è la medesima, ed ecco un altro teen-horror ricco di gore e siparietti macabri pronto a raddoppiare il budget sulla fiducia. Seppur sullo sfondo di una pregevole cornice tecnica, dando disperatamente fondo a quello che a suo tempo fu giustamente acclamato come ‘concept originale’, si finisce per generare sketch stiracchiati al punto da ricordare da vicino i vari Scary Movie. La sensazione, netta, è che sia rimasto veramente poco da spremere.

Alex Stellino (Ciak)
Grazie a una premonizione, la giovane Wendy (Mary Elizabeth Winstead) scampa a un disastro in un Luna park ma si convince di aver solo rimandato di qualche giorno l’appuntamento con la morte. Con l’aiuto di un amico (Ryan Merriman) cerca di rintracciare tutti gli altri superstiti per metterli in guardia. Il regista è lo stesso del primo Final Destination e pure il meccanismo è sempre quello (al posto dell’aereo stavolta ci sono le montagne russe) ma il risultato cambia. Anche perché la rappresentazione di una Morte ostinatamente determinata e ingegnosa comincia a mostrare la corda. Si salva giusto qualche scena particolarmente truce, ma tutt’intorno è vuoto di idee. Se mai dovrà esserci un altro sequel, meglio pensare direttamente al mercato homevideo. Già questo sul grande schermo ci sta largo.

Mariarosa Mancuso (Il Foglio)
La Morte è furiosa. Non ha tutti i torti. Voleva fare un lavoretto pulito, sbarazzandosi in un sol colpo di vari studentelli piuttosto antipatici. Piano perfetto: un ottovolante con qualche perdita nel circuito di sicurezza, un carrellino bloccato con le ruote in aria, le cinghie che non reggono la gravità. Se va bene cadi nel vuoto, se va male sarai spaccato in due. Per colpa di una cretina che vede nel futuro, il fatale disegno viene sabotato. La fanciulla urlante scende dalla giostra, e con lei se ne vanno gli altri predestinati. Ora la signora con la falce li deve rincorrere uno per uno (non faceva tanta fatica a imporsi da quando, nel "Senso della vita" dei Monty Python, per via della falce veniva interpellata come il giardiniere addetto al prato), e uccidere con mezzi di fortuna: un tubetto di crema che si svuota e blocca una porta, una bibita gelata piazzata su un termostato, la vibrazione di un telefono cellulare, un po' di chiodi dimenticati in giro, spade da decorazione, lampade abbronzanti. Combinandoli insieme con un po' di esperienza, la trappola mortale riesce lo stesso, ma si capisce che una bella strage offre maggiore soddisfazione. Estetica, prima di tutto. Per non parlar del tempo risparmiato (sapevamo che la signora in nero non andava mai in ferie, ora scopriamo che lavora a cottimo). Come se non bastasse, gli studentelli cominciano a subodorare qualcosa, quindi cercano di parare i colpi. Grazie a una serie di fotografie che predicono il futuro (in uno scatto si vede l'ombra di un aereo sulle Torri Gemelle, e ancora non siamo riusciti a capire come mai fosse finita nell'album). La Morte è furiosa anche perché è già la terza volta che le fanno lo stesso scherzo, e lei ci casca sempre. Nel primo – 50 milioni di dollari incassati - i morituri scendevano all'ultimo momento da un aereo destinato a schiantarsi. Nel secondo – 40 milioni di dollari incassati – i morituri sfuggivano a un incidente stradale, tra camion con rimorchio, e cisterne con liquidi infiammabili. La terza puntata incasserà un po' meno, perché ormai manca la sorpresa. Anche la morte deve aver perso la pazienza. E smette il lavoro di fino. Invece degli incidenti domestici, che inquietavano facendo diventare pericolose le forcine per capelli e i portachiavi, ricorre a esplosivi e a cavalli imbizzarriti.

Ed ora tocca a me: Per quanto possano piacermi tipologie di film cruenti in linea di massima, questo m'è sembrato molto sulla falsa riga degli altri, scontato direi.

Alla prossima... ;)

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World Trade Center



















Regia: Oliver Stone
Cast: Nicolas Cage, Michael Peña, Maggie Gyllenhaal, Maria Bello, Stephen Dorff, Jay Hernandez, Michael Shannon
Genere: Drammatico
Durata: 129 minuti
Produzione: USA 2006

Trama: Un ticchettio di un orologio segna il tempo. Tutto a New York si muove, lavora, sorride, vive. D'improvviso un suono sordo, muto. Inizia l'inferno.JJ Mc Loughlin (Nicholas Cage), a capo di alcuni agenti di polizia portuale, entra nelle torri per salvare le migliaia di persone intrappolate nel World Trade Center. I minuti corrono inesorabili. Inaspettato, un fragore terrificante li scuote. Collassa la prima torre. Dopo alcuni minuti la seconda. Mc Loughlin e l'agente Jimeno rimangono intrappolati sotto le macerie, senza via di scampo. Questa è la vera storia del loro 11 settembre 2001."God bless America". Sì, "Dio benedica gli Stati Uniti". Questa è la visione di Oliver Stone di quel giorno terribile, indelebile nella mente di tutti gli Americani. L'11 settembre è stato, infatti l'unico "atto di guerra" perpetrato sul territorio statunitense. Il regista, basandosi sui racconti dei due agenti sopravvissuti, racconta la vicenda umana e universale di un popolo ferito (emblematica la ripresa aerea di Manhattan, con il fumo, come sangue, che esce dalle torri) e lo rappresenta nel buio delle macerie delle Twin Towers, quasi fosse nella giungla del Vietnam, che Stone ha vissuto in prima persona. Nicholas Cage non è molto distante da quei soldati che, per difendere il proprio paese, sono andati incontro a qualcosa di più grande di loro. I momenti terribili nelle tenebre, lo sporco sui visi, le macerie, si contrappongono alla celestiale luminosità dei volti delle famiglie in attesa (Maria Bello, nel film moglie di Mc Loughlin, ha per la prima volta gli occhi azzurri) e dei ricordi che passano velocemente davanti agli occhi dei protagonisti, per dirci che per non andare all'inferno bisogna avere un angelo custode. Questo impianto parallelo, a volte manierato, riduce l'impatto emozionale, che rimane comunque molto forte per le interpretazioni efficaci di Nicholas Cage e Michael Peña.World Trade Center è il manifesto di cosa ha rappresentato quel giorno per un popolo, quello americano, che conferisce grande importanza ai valori dell'amicizia, dell'amore, della famiglia. E Oliver Stone è, ancor prima di essere un regista, un cittadino degli Stati Uniti.

Francesca Scorcucchi (Il Mattino)
Sarà un'opera di passione collettiva, un'approfondita meditazione su cosa è accaduto quel giorno, piena di compassione. Sarà l'esplorazione dell'eroismo americano e dell'umanità del mondo di fronte alla tragedia». Oliver Stone commenta così il suo ultimo film, la cui produzione è iniziata pochi giorni fa a New York, una delle pellicole più attese e temute della storia recente di Hollywood: il film sull'11 settembre, la cui produzione è stata annunciata lo scorso 11 luglio e che uscirà l'11 agosto del prossimo anno. Il numero undici ricorre con inquietante parossismo. Si tratta solo di una combinazione? Certamente non è una coincidenza la decisione di fare uscire il film un mese prima del quinto anniversario della tragedia più dolorosa della storia americana. «Il film non sarebbe mai potuto uscire nel giorno dell'anniversario per non dare l'impressione di voler strumentalizzare l'avvenimento», ha detto a «Variety» Wayne Lewellen, responsabile degli studi Paramount, che produrrà la pellicola. La delicatezza del tema trattato ha fatto sì che il primo ciak fosse preceduto da mesi di incontri con la comunità newyorkese e con le famiglie vittime dell'attentato. Le scene del collasso delle torri saranno, inoltre, girate lontano da New York, nei grandi capannoni della Paramount a Los Angeles. Le vere immagini di quel giorno passeranno solo nei televisori, sistemati sullo sfondo di alcune scene. I responsabili hanno promesso massimo rispetto e attenzione su un tema tanto delicato. «Non sarà certo in stile “Titanic” o “Inferno di Cristallo”», ha detto il produttore esecutivo Michael Shamberg, ma i parenti delle centinaia di vittime non sono del tutto certe della bontà dell'iniziativa. «Spero che useranno un certo riguardo anche se non so come potranno non urtare la sensibilità di chi, come me, è stato direttamente colpito» ha detto al «New York Times» Lee Ielpi, che nell'attentato perse il figlio vigile del fuoco. Il film, che vedrà protagonista il premio Oscar Nicolas Cage, non ha ancora un titolo. Quello che si sa è che racconterà la storia dei due poliziotti, John McLoughlin e William J. Jimeno, che per ultimi furono estratti vivi dalle macerie del World Trade Center. Cage interpreterà il sergente della Port Authority McLoughlin, che trascorse 24 ore con il collega Jimeno prima di essere salvato. Allora si gridò al miracolo ed ora il miracolo di John e William viene raccontato dal regista che meglio di altri ha saputo dipingere i momenti cruciali della storia recente americana, il regista di «Platoon», «Nato il 4 luglio» e «JFK». «Forse qualcuno soffrirà ma era ora che si raccontasse la storia della gente che era al World Trade Center il giorno dell'attacco - ha dichiarato il vero sergente McLoughlin - Quella tragedia ha spinto gli americani e la gente di tutto il mondo a lavorare insieme per aiutare coloro che avevano bisogno di aiuto». Jennifer Brown, incaricata di ricostruire Ground Zero a Los Angeles, è certa che «Non appena la gente capirà che quello che vogliamo fare è raccontare solo una particolare storia, quella degli ufficiali McLoughlin e Jimeno, allora ci sosterrà». Il film di Stone è stato il primo a partire con le riprese, ma non sarà il primo a comparire sul grande schermo. Flight 93, diretto da Paul Greengrass, il regista di Bloody Sunday (il film che raccontava un'altra drammatica storia, quella sulla protesta irlandese del 1972 che si concluse con un massacro operato dalle truppe britanniche) è previsto in uscita per aprile, o forse maggio, fa sapere «Variety», al Festival di Cannes. Il progetto, infatti, non richiederà tempi lunghi di realizzazione, solo quaranta giorni di riprese per raccontare in tempo reale, novanta minuti, cosa è successo sul quarto aereo dirottato quella tragica mattina del 2001, quello si schiantò in un campo della Pennsylvania dopo un atto di coraggio da parte dei passeggeri. Il film comincerà il racconto dal momento del dirottamento per proseguire con la scoperta, da parte di alcuni passeggeri attraverso il cellulare, che altri aerei erano stati dirottati quella mattina e erano stati lanciati contro il World Trade Center e contro il Pentagono. La notizia fece prendere ai passeggeri l'eroica decisione di sacrificare le loro vite e far precipitare l'aereo prima che questo potesse raggiungere Washington. Il copione di Flight 93, che al momento vede nel cast solo la giovane attrice canadese Meghan Heffern, sarà in parte improvvisato e Greengrass prevede l'uso di telecamere a mano per dare al film un taglio più realistico. «Credo che qualche volta - dice il regista - guardando con la maggior chiarezza e obiettività possibili a un singolo evento, si riesca a trovare nelle sue pieghe qualcosa di molto prezioso, qualcosa di molto più grande dell'evento stesso: il Dna del nostro tempo».

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Sulla tragedia dell’11 settembre 2001, l'attacco aereo alle torri gemelle di New York e la morte di oltre 3000 persone, Oliver Stone ha fatto con World Thade Center (fuori concorso) un film senza terrorismo, senza complotti, senza enfasi, senza politica (si vede per un attimo Bush che fa il suo telediscorso alla nazione ma nessuno ci fa caso, è come fosse un portacenere). Un film patriottico e non presidenziale né governativo, ispirato ai miti dell’eroismo americano: individualismo, altruismo, difesa delle propria famiglia. Nel film l’attacco sembra una catastrofe naturale, un terremoto. Nessun eroe va all’assalto o fa irruzione, nessuna bandiera sventola. Inchiodati dal peso delle macerie cadute loro addosso, due uomini possono fare soltanto quanto è consentito nel nostro tempo por restare vivi: conservarsi svegli, resistere. Se c’è un film al quale World Trade Center in qualche modo somiglia, è Il segno rosso del coraggio di John Huston, tratto dal romanzo di Stephen Crane. Il film è poi archetipico come un’illustrazione di Norman Rockwell. E’ l’alba rosa a New York, nelle case squillano le sveglie, gli uomini della polizia portuale si alzano per andare a lavorare, la città è vuota, quieta e luminosa. Più tardi arriva la notizia, i poliziotti si bardano in fretta con caschi, zaini, bombole, dal finestrino del pullman vedono gli scampati, i feriti, il fumo, la nebbia, la polvere. Sul posto, sentono il rombo di altri crolli. Non tutti si propongono volontari per salvare i colpiti. Anzi, sono in pochi a seguire il sergente. Ancora meno, due (Nicolas Cage, Michael Pena) rimangono vittime di nuove scosse, frane, fuoco, macerie: paralizzati, possono soltanto parlare tra loro nel buio, soffrire per la sete e la mancanza d’aria, sperare di venir salvati. Alle loro immagini si alternano quelle delle famiglie che li aspettano tentando di non cedere alla disperazione. Uno dei sepolti crede di vedere il fantasma di Gesù. Le donne (bionda e bruna, bianca e nera) si abbracciano.Li salvano, con molte difficoltà. Un’autorità fa un discorso: «Questo episodio ha messo in luce che esistono uomini pronti a soccorrere altri uomini soltanto perché è una cosa giusta». L’istinto drammaturgico di Oliver Stone calibra i tempi molto bene, la sua maestria di regista rende la parte iniziale dei film molto efficace. A volte esagera, si sa. Inventa un personaggio simbolico eccessivo: un marine giovane, alto e forte in divisa che tutto solo cammina tra le macerie con l'autorità di un santo, avverte i richiami dei sepolti vivi, ne indirizza il recupero e si allontana, va in Iraq dove pure «servono uomini in gamba».Ma lo scoramento del regista per i morti e per i vivi suona sincero, non offensivo: la polemica di qualche associazione di neri che aveva accusato Oliver Stone di aver usato un attore bianco anziché nero pare caduta. Della qualità degli attori si può dire poco: ameno che l’accettare di recitare immobili nel buio non sia, anche quella, una qualità.

Ed ora tocca a me: A parte la critica di Stefania e la scena della "visione dell'acqua" a me questo film non è dispiaciuto, ovviamente molto bravo Nicolas Cage.

Alla prossima... ;)

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lunedì 23 ottobre 2006

Wrong Turn (su consiglio)


















Titolo originale: Wrong Turn
Nazione: U.S.A., Germania
Anno: 2003
Genere: Horror
Durata: 84'
Regia: Rob Schmidt
Sito ufficiale:www.wrongturnmovie.com
Cast: Desmond Harrington, Eliza Dushku, Emmanuelle Chriqui, Jeremy Sisto
Produzione: Brian J. Gilbert, Stan Winston
Distribuzione: Eagle Pictures


Trama: Un gruppo di giovani rimane intrappolato in una spettrale foresta del West Virginia. Ben presto, i ragazzi scopriranno, di essere diventati preda di leggendari cannibali dal volto sfigurato.Quelli di voi che avranno letto solo la trama o a malapena visto il trailer, di questo horror estivo, penseranno che Wrong Turn sia un filmetto come tanti altri. Al contrario, questa pellicola sorprende per la sua tecnica e per il suo stile.Abilmente diretto e particolarmente accurato nei torbidi dettagli scenografici, il film di Rob Schmidt vanta anche un buon cast, in cui spicca la bella e brava Eliza Dushku.

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Horror a Ferragosto: sole e sangue si mescolano nei molti film dell'orrore che popolano la stagione estiva. In Wrong Turn di Rob Schmidt, una ragazza e un ragazzo scalatori che s'arrampicano verso una cima vengono orrendamente uccisi: si parla di certi Mountain Men deformi e intelligentissimi, cannibali, già responsabili di altri delitti e sparizioni. Un gruppo di ragazzi festosi viene bloccato da un incidente su una strada di montagna, scende dalle automobili, cerca aiuto a piedi: e incontra l'inferno. I loro cacciatori, i Mountain Men, selvatici uomini dei boschi, intorno e dentro casa tengono relitti di auto chissà quando sequestrate e abbandonate, conservano in grossi vasi di vetro occhi estirpati e dentiere sottratte, fanno a pezzi le vittime con la motosega, usano pure archi e freccce (un poliziotto viene ucciso con una freccia scoccata in un occhio). L'inseguimento riserva imprevisti atroci. La struttura narrativa è identica a quella del classico «Non aprite quella porta» di Tobe Hooper (1974): càpita a molti horror americani. La pseudocopia è girata correttamente, molto impressionante, ed è il meglio che si possa vedere tra i nuovi film in uscita nella settimana di Ferragosto.

Pier Maria Bocchi (Film TV)
Rob Schmidt è quello di Delitto + castigo a Suburbia. Non possiede, dunque, una bella fama. Con Wrong Turn ha voluto cambiare registro, e tuffarsi nello slasher/horror tipo anni ‘70 e primi ‘80, quello delle comitive giovani che si recano in mezzo alla natura per trovare la morte. Meno male che ha lasciato perdere le menate morbo-adolescenziali del precedente film. Perché qui non perde tempo, e gira un veloce, ruvido e sanguinoso macella ragazzi” che funziona. In questa storia di alcuni incauti che prendono una scorciatoia nella foresta, e vengono decimati da tre mostruosi inbreeders (parti di consanguinei), non mancano incongruenze e facilonerie di genere. Ma il ritmo è spedito, il gore cospicuo (almeno un paio di omicidr notevoli: quello sull’albero e quello dello sceriffo) e la furia bella sporca. Azzeccata e originale l’idea della fuga tra i rami. Ai trucchi, ottimi, c’è Stan Winston. Senza scomodare John Boorman (per inciso, scomodato dai dialoghi) o Walter Hill, Wrong Turn si inserisce comodo comodo nel manipolo degli horror-zotici alla Humongous, The Final Terror, Geek!, Just Before Dawn (gli appassionati ricorderanno di certo). Fa piacere. La sequen za della cascata sembra un omaggio a L’ultimo dei Mohicani di Mann. Citazione consapevoleo bizzarra coincidenza?

Ed ora tocca a me: Di sicuro un horror piacevole, non da buttare, comunque, una cosa positiva: l'atmosfera. Grazie all'ambiente, ai colori e all'aria malsana si riesce ad ottenere quel minimo di sensazione di malessere che ci si aspetta da un film horroreggiante :)
Ringrazio chi me l'ha consigliato.

Alla prossima... ;)

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domenica 22 ottobre 2006

Red Dragon



















Regia: Brett Ratner
Cast: Anthony Hopkins, Edward Norton, Ralph Fiennes, Emily Watson, Harvey Keitel, Mary Louise Parker, Philip Seymour Hoffman.
Genere Thriller
Durata: 110 minuti.
Produzione: USA
Anno d'uscita:2002

Trama: Tratto dal primo romanzo della trilogia di Thomas Harris dedicata al personaggio di Hannibal "The Cannibal" Lecter, Red Dragon è l'antecedente de Il silenzio degli innocenti: Lecter, aiuta, come consulente, l'agente dell'FBI Will Graham, che tempo prima l'ha arrestato. Questi è costretto suo malgrado a chiedere l'aiuto di Lecter per riuscire a catturare un pericoloso serial killer che tenta di emulare proprio le efferatezze commesse a suo tempo dallo psichiatra. L'assassino massacra un'intera famiglia ogni notte di luna piena: a Graham restano tre settimane per sventare il prossimo delitto. Hannibal ha ancora una volta il volto di Anthony Hopkins, che per questo ruolo ha già vinto un'Oscar: per interpretare Red Dragon, però, l'attore è stato ringiovanito di quasi 20 anni, per rendere la storia coerente con la cronologia del romanzo. Il romanzo aveva già avuto una trasposizione cinematografica negli anni '80 con Manunter - frammenti di un omicidio di Michael Mann.

Valerio Guslandi (Ciak)
È stato l’attesissimo ritorno sul grande schermo di Hannibal Lecter, il «più spaventoso criminale della storia di Hollywood», secondo un sondaggio tra i clienti americani della catena Blockbuster. Ma, allo stesso tempo, è stato un prequel, perché racconta la genesi di questo personaggio interpretato da Anthony Hopkins (Casa Howard, Dracula di Bram Stoker, La macchia umana). E anche un remake, perché dal bestseller e primo romanzo dello scrittore americano Thomas Harris (autore del Silenzio degli innocenti, Hannibal e Black sunday, tutti editi da Mondadori) era già stato tratto, nel 1986, Manhunter - frammenti di un omicidio, per la regia di Michael Mann.Riprendere in mano il primo capitolo della storia dei feroce psichiatra cannibale è stato una scelta coraggiosa ma vincente. E Red Dragon, prossima anteprima video e dvd di Panorama, diretto da Brett Rather (Rush Hours 1 e 2, The family man) e prodotto da Dino De Laurentiis, si è rivelato un grande successo al botteghino: negli Stati Uniti ha incassato 50 milioni di dollari in due weekend. Mento della forza del thriller con la sua spietata caccia all’uomo che fonde incubo e realtà, ma soprattutto dei cast strepitoso.Accanto all’ormai collaudato Hopkins, alias dottor Lecter (ringiovanito di 20 anni per l’occasione), alcune fra le maggiori stelle hollywoodiane, come il magnifico Edward Norton (Schegge di paura, La 25° ora), nei panni dei poliziotto Will Graham, Ralph Fiennes (Il paziente inglese, Schindler’s List), diabolico serial killer ossessionato dal «dragone rosso» celebrato dal poeta William Blake, Harvey Keitel (Lezioni di piano, Pulp Fiction), il capo dell’Fbi; ed Emily Watson (Le onde del Destino, Le ceneri di Angela), dolce e indifesa nel ruolo della ragazza cieca innamorata dell’assassino.Altri due buoni motivi per non lasciarsi scappare il film: la fotografia è del nostro Dante Spinotti, la sceneggiatura di Ted Tally, premio Oscar per Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme. Una garanzia.

Ed ora tocca a me:Magari :) non sarà come Il silenzio degli innocenti, però ci si avvicina, e anche gli interpreti non sono male.
Buona tensione che ti dà costanza durante il film,ed anche un buon ritmo.


Alla prossima... ;)

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sabato 21 ottobre 2006

Al calare delle tenebre
















Regia: John Liebesman

Cast: Chaney Kley, Emma Caulfield, Lee Cormie

Genere: Horror

Durata: 85 minuti

Produzione: USA

Anno d'uscita:2003

Nome originale: Darkness falls

Trama: Centocinquant'anni fa, a Darkness Falls, Mathilda Dixon, una gentile vecchina nota anche come "la fatina dei denti caduti" perché donava regali ad ogni bimbo cui cadevano i primi dentini, viene ingiustamente accusata della sparizione di due bambini e brutalmente massacrata dalla folla. Il suo spirito, però, non smette di aleggiare sulla cittadina, e promette una vendetta che sarà perpetrata sui discendenti dei suoi giustizieri. Kyle ritiene di aver visto da bambino il fantasma della Dixon, la notte in cui fu uccisa misteriosamente sua madre: non sa ancora se sia stata un'allucinazione, ma da allora non riesce più a rimanere da solo al buio, anche se ha lasciato da tempo Darkness Falls. La sua fidanzatina di allora, Caitlin, gli chiede di ritornare, poiché il fratellino Michael è preda anch'egli di allucinazioni simili. Dopo qualche esitazione, Kyle accetta, e si rende conto che il fantasma di Mathilda Dixon gira davvero per Darkness Falls, e che lui dovrà affrontarlo. Nonostante una buona idea iniziale, ed una serie di effetti speciali che non insistono sul pulp preferendo giocare sull'angoscia montante, il film ben presto si sfilaccia e perde interesse; questo sia a causa di attori non in grado di comunicare la tensione, sia per l'evidente sottotraccia lovecraftiana, non supportata da una scrittura altrettanto efficace. La "maschera" orribile di Mathilda Dixon è opera di Stan Winston, Oscar per gli effetti visivi di Terminator 1 e 2.

Roberto Nepoti (La Repubblica)

Quando cade un dente da latte, lo si mette sotto il cuscino e si attende che la fatina dei denti lo baratti con un soldino. Pessima idea: perché chi arriva nottetempo è una stregaccia, di ritorno dal passato per vendicarsi di un antico torto. Lei, una volta era buona, viveva a Darkness Falls e regalava monete d'oro ai bambini; poi è stata accusata d'infanticidio e messa a morte. Da un po' a dieta di mostri mitici, il cinema orrorifico cerca di inventarsene di nuovi pescando ovunque gli capiti. Niente di nuovo al calar del sole, però: la solita cittadina americana, un mostro che imita malamente Freddy Krueger, una sceneggiatura piatta e una regia senza sorprese. Mentre gli attori s'illuminano a vicenda con lampade lanciando urla, l'unica paura autentica è che il sonoro ti sfondi i timpani.

Ed ora tocca a me: Abbastanza scontato come film, s'era già capito tutto sin dall'inizio. Niente di che.

Alla prossima... ;)

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sabato 14 ottobre 2006

Insieme per Forza




















TItolo originale: The hard way
Nazione: Usa
Anno:1991
Genere:Commedia/poliziesco
Durata: 111'
Regia:John Badham
Cast: James Woods, Stephen Lang, Michael J. Fox

Trama: Ancora una volta una strana coppia. Ma la variante è piuttosto felice. Un divo cinematografico, arrogante e viziato (M.J. Fox), per meglio entrare nella parte di poliziotto, il ruolo che dovrà interpretare nel suo prossimo film, chiede ed ottiene di stare per una settimana accanto a uno sbirro autentico.

Ed ora tocca a me: E pensare che Michael Fox è in ogni dove, non gli si potrebbe fare una statua? Sempre più devozione nei suoi confronti. Un grande!

Alla prossima... ;)

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mercoledì 11 ottobre 2006

Blow



















Titolo originale: Blow
Nazione: Usa
Anno: 2001
Genere: Drammatico
Durata: 124'
Regia: Ted Demme
Sito ufficiale: www.getsomeblow.com
Cast: Johnny Depp, Penélope Cruz, Jordi Mollà, Franka Potente, Monet Mazur.
Produzione: Ted Demme, Denis Leary, Joel Stillerman
Distribuzione: Nexo

Trama: George Jung è figlio di un operaio spesso in lite con la moglie che ritiene guadagni troppo poco. Non appena diventa adulto riesce in poco tempo a diventare il punto di riferimento negli States degli anni Sessanta per il traffico della cocaina colombiana. L'ascesa resistibile di un giovane che riesce ad avere talmente tanti soldi da non sapere fisicamente dove metterli in casa che viene catturato due volte dall'FBI e la seconda volta è per una condanna a 60 anni. La storia è vera e Demme ha incontrato più volte il protagonista. Depp fa passare il suo personaggio dal senso di onnipotenza alla tristezza della solitudine senza mai calcare la mano. Penelope Cruz compare solo a metà film e non è che la sua presenza sia così essenziale tranne che per la scena madre in cui costituisce un grave pericolo per il coniuge.

Lietta Tornabuoni (La Stampa)
Il titolo usa il termine americano che indica l'effetto esplosivo della cocaina; la storia è tratta dall'autobiografia di George Jung che cominciò col vendere erba in California prima di lanciarsi nel commercio della cocaina e di finire condannato a una pena destinata a tenerlo dietro le sbarre sino al 2014. Anni Settanta fra Stati Uniti e Colombia. Johnny Depp, in una prova di grande bravura, interpreta un piccolo uomo non ambizioso né lussuoso. Penelope Cruz, tanto per cambiare. Ma il film, se si salva dall'isterismo moralizzatore dei registi hollywoodiani sulla droga, è molle, fiacco, flemmatico, senza etica né energia.

Ed ora tocca a me: Io non sono d'accordo con questa giornalista e dico invece che il film è a dir poco stupendo, m'è piaciuto molto,un grande Johnny Depp che ricopre a meraviglia il ruolo attribuitogli e per quanto duro eticamente la morale conclusiva dovrebbe tranquillamente sopraffare quella persa durante il film. Ad ogni modo davvero molto molto bello. Ammetto di aver odiato Penelope Cruz, ma chiarisco subito.....solo in questo film :D

Alla prossima... ;)

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lunedì 9 ottobre 2006

Le colline hanno gli occhi



















Titolo originale: The hills have eyes
Nazione: U.S.A.
Anno: 2006
Genere: Horror, Thriller
Durata: 107'
Regia: Alexandre Aja
Sito ufficiale: www2.foxsearchlight.com
Sito italiano: www.20thfox.it
Cast: Aaron Stanford, Vinessa Shaw, Kathleen Quinlan, Laura Ortiz, Michael Bailey Smith, Dan Byrd
Produzione: Craven-Maddalena Films
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 25 Agosto 2006 (cinema)


Trama: Nuova versione dell’omonimo film del 1977 di Wes Craven, è la storia di una famiglia il cui viaggio si trasforma in un incubo quando il gruppo giunge in una zona nuclearizzata. Lontani dal mondo, i Carter si rendono presto conto che l’area apparentemente disabitata è in realtà il territorio di una famiglia di mutanti assetati di sangue... e che loro sono la preda.

Maurizio Porro (Il Corriere della Sera)
La-radioattività-un brivido mi dà...», cantava Mina nel ' 63 sui titoli dell' Eclisse. La frase s' addice al curioso e attualizzato remake di un horror cult da 325.000 dollari, ' 77, di Craven. Che ora benedice il doppione di Aja scritto in regime di subconscio con Lavasseur (Alta tensione). In cui una devota famiglia americana piena di nevrosi si perde nel deserto ed è massacrata da un gruppo di mutanti cannibali, frutto di test atomici. Non a caso un «freak» è sgozzato dalla bandierina americana, non a caso vince il giovane progressista, chiamato Bukowski dal suocero repubblicano, e fino all' ultimo mantiene gli occhiali nonostante le orribili carneficine. Il film rantola con noi ma sbraca nel finale, e se non sempre il messaggio è così civile (tutti assassini), il parallelo delle famiglie induce in tentazione e la buona resa del cast, compresi due cani, fa il resto del nightmare. VOTO: 7+ .

Pier Maria Bocchi (Film TV)
Nell'omonimo e noto horror di Wes Craven del 1977 le colline soprattutto urlavano, oltre a spiare. E nella sua ruvidezza esasperata, il prodotto possedeva un'efficacia da panzer comunque un po' sopravvalutata. Il remake di Aja non inventa niente, purtroppo, adagiandosi sull'originale senza peraltro affiati postmoderni (verrebbe da dire per fortuna, però). Il nuovo Le colline hanno gli occhi aumenta lo spessore della tessitura politica, ma della famigliola americana che nel deserto finisce tra le grinfie di un'altra famiglia, ma assassina e cannibale e freak, il cinema ormai può fare a meno: perché il discorso è vecchio, perché il recupero della violenza seventies non basta da solo a rendere bello un film, perché - in ultimo - l'affondo chirurgico serve laddove il corpo sia ancora vivo e a nervi scoperti (lo ha ben capito Rob Zombie, che difatti ha popolato La casa del diavolo di carne morta e di fantasmi). L'unica idea buona, quella del villaggio per gli esperimenti nucleari, è sfruttata bene in termini scenografici, ma si annacqua in uno sguardo pedante e, alla lunga, perfino noioso. Ottimi trucchi gore di Nicotero & Berger, grande musica di Tomandandy, fotografia luminosa di Maxime Alexandre: ma il post-Alta tensione, più che brutto, è una delusione cocente.

Ed ora tocca a me:DEvo dire che m'è piaciuto tanto, naturalmente ho visto la "rivisitazione",ora sono alla ricerca dell'originale del '77 di Wes Craven. Comunque suspence a go-go, davvero vivibile in tensione.Bellissima per incoerenza la frase: "Lasciate in pace Doug: lui è un democratico…non crede nelle pistole!" Comunque consiglio.

Alla prossima... ;)

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